Ci sono rivoluzioni che si fanno in piazza e rivoluzioni che si fanno con una mail. Il microfemminismo appartiene alla seconda categoria: niente cortei, niente slogan, solo una serie di micro-gesti quotidiani, quasi invisibili, pensati per incrinare dall’interno le abitudini sessiste che diamo per scontate. Mettere il nome di una collega prima di quello di un collega quando si scrive a entrambi. Usare lei come pronome di default parlando di un medico o di un amministratore delegato ipotetico. Smettere di aprire ogni frase con “scusa”. Sono mosse minuscole, a volte impercettibili, che su TikTok hanno trovato un nome e, soprattutto, un pubblico enorme. La domanda, naturalmente, è se spostino davvero qualcosa o se servano più a chi le fa che alla causa.
Che cos’è, esattamente il microfemminismo
A dare un nome alla cosa è stata la produttrice americana Ashley Chaney, nella primavera del 2024. In un video poi diventato virale raccontava le sue piccole ribellioni in ufficio, e la parola microfemminismo ha fatto il resto, superando il miliardo di visualizzazioni e trasformandosi in un format: migliaia di donne che condividono il proprio gesto quotidiano di resistenza, dal più serio al più divertente. L’idea di fondo è che il sessismo non viva solo nelle grandi ingiustizie, ma si annidi nei dettagli, nel modo in cui scriviamo, parliamo, distribuiamo il merito. E che proprio lì, nei dettagli, si possa cominciare a smontarlo.
Gli esempi che circolano sono spesso geniali nella loro semplicità. C’è chi, quando scrive a una coppia, indirizza la mail alla donna. Chi in riunione interrompe l’interruzione, un fatela finire detto al momento giusto. Chi si rifiuta di essere sempre quella che prende appunti o organizza il regalo collettivo. Chi corregge il bambino che dice da grande farò il dottore ricordandogli che potrebbe farlo anche la sorella. Piccole crepe in un muro che diamo per scontato.
Perché funziona (sui social, e non solo)
Il successo del microfemminismo ha una spiegazione semplice: è un femminismo che chiunque può permettersi. Come osserva l’avvocata Katie Wood, “alcune donne non vogliono, o non possono, partecipare a una protesta, e i microfemminismi sono le piccole cose che quelle persone possono fare per spostare l’ago della bilancia, anche solo di poco“. È una porta d’ingresso a bassa soglia, che non chiede coraggio da martire né tempo da attivista a tempo pieno. Per molte è il primo gesto politico concreto mai compiuto. C’è anche una logica psicologica che tiene. La psicologa Dannielle Haig la riassume così: “una piccola onda può diventare una grande onda, è il comportamento che conta“. Ripetuti ogni giorno da milioni di persone, i micro-gesti normalizzano l’idea di parità, la rendono abitudine prima ancora che battaglia. E rendono visibile l’invisibile, perché per correggere un automatismo sessista bisogna prima accorgersene.
Perché, invece, non basta
Qui arriva la parte scomoda. Il rischio, dietro l’angolo, è di scambiare il gesto simbolico per la soluzione. Scrivere il nome della collega per primo è sacrosanto, ma non colma il divario retributivo, non ridistribuisce il lavoro di cura, non riempie i consigli di amministrazione di donne. E i numeri ricordano quanto sia lunga la strada: in Italia il gender pay gap ufficiale sembra contenuto, intorno al cinque o sei per cento, ma è un dato che inganna, perché allargando lo sguardo al lavoro part-time imposto, alle carriere interrotte e alle pensioni, il divario tra uomini e donne arriva a toccare percentuali altissime nell’arco di una vita. Contro cifre del genere, una mail scritta bene è una goccia in un oceano. C’è poi una critica più sottile. Quando il micro-gesto diventa contenuto da postare, il confine con la posa si fa labile, e il femminismo rischia di ridursi a estetica, a trend da cavalcare finché tira. Alcuni mettono in guardia anche sull’effetto opposto: il microfemminismo, portato all’eccesso potrebbe trasformarsi in una microaggressione verso gli uomini, quando l’obiettivo dovrebbe restare l’equilibrio, non la rivincita. Il punto non è rinunciare ai piccoli gesti, ma non illudersi che bastino.
Il senso vero sta nel mezzo
La verità, come spesso accade, non sta agli estremi, lo sappiamo, è sempre così. Il microfemminismo non è né la rivoluzione che ci serve né la pagliacciata che alcuni denunciano. È uno strumento, modesto ma reale, che funziona a una condizione: non sostituisce le grandi battaglie, ma aiuta ad accompagnarle. I piccoli gesti cambiano la cultura di tutti i giorni, la legge e i contratti cambiano le strutture, e servono entrambe le cose, perché l’una senza l’altra gira a vuoto. Scrivere il nome della collega per prima non abbatterà il patriarcato ma è un modo per ricordarsi, ogni mattina, da che parte si vuole stare. E a volte è esattamente da lì che si comincia la rivoluzione.