Continua da venerdì

[…] Il piano è abbastanza semplice: Nadia non deve accorgersi di nulla fino al momento in cui, all’improvviso, io spegnerò la luce e Mariena le stringerà il collo con una sciarpa per strangolarla. Una volta morta, insceneremo un suicidio, lasciando una lettera scritta a macchina nella quale lei confessa di voler morire perché è omosessuale. Il foglio di carta è già stato firmato da Nadia qualche giorno prima. Per ottenere la sua firma le abbiamo detto che lo sottoporremo a un grafologo tramite la sorella di un’amica di Mariena.

Fino alle 18.50 lavoriamo tutte e tre alla tesina, con Mariena. Ci sono solo solo un paio di inconvenienti provocati da mio fratello che prima viene a posare il motorino, poi a prendere la 127. Nadia aveva detto che sarebbe andata via verso le 18.45, per cui dobbiamo sbrigarci. A un certo punto io spengo la luce e Mariena prende la sciarpa per passarla intorno al collo di Nadia».

A partire da quel momento la Botticelli e la Sica sono sopra Nadia che cerca disperatamente di divincolarsi. Ne nasce una colluttazione. Ma le due riescono a fiaccare la strenua resistenza della vittima fino a che il cuore di Nadia si ferma.
Le due poi, per essere certe di averla uccisa, prendono una corda e stringono nuovamente la gola di Nadia. A quel punto simulano il suicidio e lasciano in bella mostra la lettera di addio firmata inconsapevolmente dalla giovane.

Ma una serie di incongruenze nel racconto delle due assassine portano sulla giusta pista gli investigatori sin dal primo momento.

Il 15 marzo, il giorno dopo il delitto, le due giovani vengono convocate in Procura dal momento che sono le ultime ad avere visto in vita la vittima. Lasciate sole in una stanza dove c’era una microspia, una frase le tradisce: «Dobbiamo dire di non esserci mai lasciate».

Il 16 marzo, dopo interrogatori fiume nella caserma dei carabinieri, le due ragazze confessano il delitto e sostengono d’aver agito su ordine della visione del padre defunto della Sica apparso in sogno alla Botticelli. Scattano i fermi. E comincia la vicenda giudiziaria.

In primo grado, il 9 febbraio 2000, la Corte d’assise di Foggia condanna le due amiche-assassine alla pena dell’ergastolo. In secondo grado, invece, il 22 maggio 2001, la sentenza di condanna viene riformata dalla Corte d’assise d’appello di Bari che concede le attenuanti generiche alle due imputate riducendo così la pena a 25 anni di reclusione ciascuna. La sentenza viene poi annullata con rinvio della Cassazione. La vicenda giudiziaria si è conclusa nel 2003 con una condanna per entrambe a 21 anni di carcere. Ancora oggi la pubblica accusa afferma di non avere dubbi: il delitto fu ispirato dal presunto rapporto omosessuale che legava le due assassine che vedevano Nadia come un «terzo incomodo, un ostacolo alla loro unione sentimentale».

 

Roberta BRUZZONE – criminologa e psicologa forense Presidente dell’Accademia Scienze Forensi