Ha conquistato le platee di tutto il mondo, dalla Scala alla Metropolitan Opera House, e ha segnato indelebilmente la scena lirica di un intero secolo, oggi la Divina Maria Callas avrebbe compiuto novant’anni.

Per lei la stampa italiana a fine anni ’40, impressionata dallo straordinario timbro vocale, coniò la definizione di Soprano drammatico d’agilità, per le magistrali interpretazioni di personaggi vocalmente agli antipodi come Brunilde nella Valchiria di Wagner ed Elvira ne I Puritani di Bellini. Indissolubilmente legati al suo nome, scolpito indelebilmente nella storia culturale del ‘900, sono la Medea di Cherubini e l’Aida di Verdi.

Un mito eterno senza tempo, una vita vissuta tra una timidezza nascosta e la mondanità esasperata, la sua esistenza divenne di pubblico dominio soprattutto dopo l’incontro nel 1957, in un ricevimento veneziano organizzato dalla contessa Anna di Castelbarco,  con l’armatore greco Aristotele Onassis, il cui amore le venne rivelato solo un paio d’anni dopo in un’indimenticabile vacanza. All’epoca la Divina era all’apice del suo enorme successo, la Traviata di Verdi e la straordinaria interpretazione di una struggente Violetta, sublimazione del perfetto connubio artistico tra la drammaticità alla Eleonora Duse e il carisma alla Greta Garbo, ma il mondo le crollò inaspettatamente addosso quando dieci anni più tardi il suo Aristotele sposò la vedova del presidente Kennedy, ucciso pochi anni prima a Dallas, Jacqueline.

Fu nei mesi successivi Pasolini a dar vita ad una nuova immagine del Mito, scegliendola come protagonista del suo Medea, e la Callas per la prima volta nella sua carriera decise di accostarsi al cinema intravedendo inevitabilmente la propria carriera lirica sul viale del tramonto.

La Callas morì nella solitudine del suo appartamento parigino in Avenue Georges Mandel nel ’77 e per renderle omaggio nei giorni scorsi la Warner Classic ha ripubblicato in versione deluxe un cofanetto con le registrazioni del Tu che le vanità di Verdi e della Tosca di Puccini del 1962 e del 1964 al Covent Garden e alla Royal Opera House di Londra, perché per dirlo con le parole di Zeffirelli: “L’emozione di quel suono giungeva attraverso i timpani fino ai nervi, alle cellule più segrete e recondite della mente e del cuore”.

Jacopo MARCHESANO