Questo è un numero che vale la pena dire ad alta voce, perché di solito non viene detto. È il numero 340.000. È il numero di donne italiane, secondo i dati più recenti dell’Istat sulle Forze Lavoro 2024, che hanno conseguito una laurea in ingegneria. Per darle una scala riconoscibile: è la popolazione di una città come Bari, tutta laureata in una delle discipline storicamente più maschili del sapere universitario. Oggi che è il 23 giugno, la Giornata Internazionale delle Donne nell’Ingegneria proviamo a capire come siamo messi qui in Italia, ci sono dei dati confortanti?

Una giornata che viene da Londra (e che ha 107 anni di storia alle spalle)

L’idea della Giornata Internazionale delle Donne nell’Ingegneria non viene da New York, da Bruxelles, né dall’UNESCO. Viene da una società londinese nata nel 1919, sei mesi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, fondata da un gruppo di donne britanniche che durante il conflitto avevano lavorato come ingegnere in fabbrica e rifiutavano l’idea di tornare a casa. Si chiamava e si chiama tuttora Women’s Engineering Society (WES), e tra le sue fondatrici c’erano Lady Katharine Parsons e sua figlia Rachel. Nel 2014, in occasione del 95° anniversario della WES, fu lanciata una giornata nazionale britannica fissata al 23 giugno. Nel 2016 la giornata ricevette il patrocinio UNESCO, e nel 2017 divenne ufficialmente internazionale. Nel 2026 cade la tredicesima edizione, con il tema “Engineering Intelligence”: focalizzato sulle donne che oggi stanno plasmando lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dei big data e delle tecnologie emergenti.

È un tema scelto bene. L’intelligenza artificiale è oggi la tecnologia più discussa al mondo, e le sue traiettorie di sviluppo dipendono in modo cruciale dalle persone che la progettano. Se a progettarla sono in larga prevalenza uomini, è prevedibile e ampiamente documentato che gli algoritmi che ne derivano contengano bias di genere ereditati dalla cultura dominante. Senza donne ingegnere e informatiche al tavolo, l’AI rischia di amplificare le diseguaglianze invece di correggerle. Per questo INWED 2026 sceglie di parlare di engineering intelligence con un piccolo doppio senso: l’ingegneria di un’intelligenza nuova, e l’intelligenza necessaria a farla bene. Le donne, in questa partita, non sono comparse. Stanno entrando sul campo da titolari.

L’Italia in dieci numeri

Per inquadrare il caso italiano con precisione, vale la pena partire dal documento di riferimento: il rapporto 2025 del Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, presentato a luglio scorso, che fotografa lo stato dell’ingegneria femminile italiana sulla base dei dati Istat Forze Lavoro 2024 e dei dati di immatricolazione MUR. Il primo dato è quello della laurea. In Italia oggi vivono oltre 340.000 donne con un titolo di laurea in ingegneria, pari al 27,8% del totale dei laureati in queste discipline. Per capire la velocità del cambiamento: a inizio anni Duemila la quota era ferma intorno al 16%. In poco più di vent’anni il dato è quasi raddoppiato. Le donne con laurea ingegneristica costituiscono oggi il 7% dell’intera popolazione femminile italiana laureata, un’incidenza che venti anni fa sarebbe stata impensabile.

Il secondo dato è quello dell’età. Quasi il 60% delle laureate in ingegneria ha meno di 45 anni: significa che si tratta di un fenomeno generazionale recente, non di un fondo stabile della popolazione femminile italiana. Sono le ragazze nate tra il 1980 e il 2005, millennials e Gen Z, in altre parole, ad aver scelto in massa di fare quello che le loro madri e le loro nonne, in larga prevalenza, non hanno fatto. Da qui un effetto collaterale che vale la pena segnalare: l’ingegneria italiana del 2026 e 2027 si troverà a gestire un cambio anagrafico significativo della propria componente femminile, con donne giovani che entreranno in posizioni di responsabilità prima di quanto fosse mai accaduto.

Il terzo dato è quello delle immatricolazioni universitarie. Nell’anno accademico 2023-24, secondo i dati MUR elaborati dal CNI, la componente femminile tra gli immatricolati ai corsi di laurea tipici in ingegneria ha raggiunto il 28,1%: è il valore massimo mai rilevato nella storia statistica italiana. Il trend è in crescita costante e, secondo le previsioni del CNI, destinato a continuare nei prossimi anni.

Dove vanno e dove non vanno

La distribuzione delle donne nelle discipline ingegneristiche è uno dei dati più rivelatori del fenomeno, perché racconta una preferenza culturale precisa. La presenza femminile più alta si registra nei corsi che hanno un’identità tecnica più orientata alla cura, alla salute, all’ambiente. L’Ingegneria Biomedica è il caso più eclatante: le donne arrivano a costituire quasi i due terzi dei laureati magistrali in questa disciplina. Al Politecnico di Milano, secondo i dati riportati dal Bilancio di Genere d’Ateneo, le studentesse iscritte a Ingegneria Biomedica erano già il 41% degli iscritti diversi anni fa, ed è una delle facoltà ingegneristiche italiane più equilibrate. Segue l’Ingegneria Chimica con il 48,1% di laureate, l’Ingegneria dei Sistemi Edilizi al 47,3%, e l’Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio al 44,6%. Nei corsi a ciclo unico di Architettura e Ingegneria Edile-Architettura le donne sono addirittura la maggioranza assoluta.

«340.000 donne italiane con laurea in ingegneria. È la popolazione di una città come Bari, tutta laureata in una delle discipline storicamente più maschili del sapere universitario.»

All’estremo opposto, la presenza femminile resta minima nei settori più “duri” e tradizionalmente identificati con l’archetipo maschile dell’ingegnere. Ingegneria Meccanica: solo il 13,3% di laureate. Ingegneria Elettrica: 14%. Ingegneria Informatica: 18,1% nel 2025, ma comunque in crescita rispetto al 13,7% del 2020. Sono dati che hanno bisogno di essere letti con due occhi. Da un lato, è positivo che le donne stiano entrando in massa in alcuni settori ingegneristici e li stiano trasformando culturalmente. Dall’altro, la divisione disciplinare attuale rischia di consolidare una segregazione orizzontale: le donne nelle aree “umanistico-scientifiche” dell’ingegneria (biomedica, ambientale, edile), gli uomini nelle aree “puramente tecniche” (meccanica, elettrica, informatica). E poiché nel mercato del lavoro 2026 sono proprio i settori tecnici puri pensiamo all’IA, alla robotica, alla cybersicurezza quelli con le retribuzioni più alte, c’è il rischio concreto che il successo numerico delle donne nell’ingegneria si traduca in una posizione subordinata sul piano economico. È un dato da tenere sotto osservazione.

Sull’Albo, una crescita meno spettacolare ma significativa

I dati universitari raccontano la nuova generazione. I dati dell’Albo degli Ingegneri raccontano la professione in essere, ed è qui che la rivoluzione appare più lenta ma altrettanto netta. Nel 2025 il 17,4% degli iscritti all’Albo degli Ingegneri italiano è donna, contro il 9,1% del 2007 (CNI 2025). Cioè: la quota femminile è quasi raddoppiata in diciotto anni. Gli Ordini provinciali con la maggior incidenza di iscritte sono quelli di Sardegna, Marche e Umbria.

Una nota da segnare: secondo l’Osservatorio sull’Occupazione Ingegneristica del CNI, nel 2024 sono state assunte in Italia quasi 20.000 donne laureate per ruoli ingegneristici. La domanda è altissima e le competenze informatiche sono le più ricercate. Per chi sta orientando le proprie figlie o se stessa, perché l’ingegneria è uno dei pochi settori italiani in cui il cambio di carriera adulta è ancora possibile, è un’informazione che vale la pena tenere a mente.

Quello che dice il pay gap (e che non ci aspettavamo)

C’è un dato che merita attenzione critica, perché contraddice un luogo comune importante. La differenza retributiva tra uomini e donne nelle professioni ingegneristiche italiane è inferiore alla media nazionale del divario di genere salariale. Secondo i dati del Centro Studi CNI, il gender pay gap nel settore civile dell’ingegneria è del 9,2%, mentre nel settore industriale e dell’informazione è intorno al 7%. La media nazionale del divario retributivo tra laureati e laureate, sempre secondo i dati CNI, supera il 15%.

Quindi come siamo messi in parole povere? Nell’ingegneria italiana, le donne guadagnano meno degli uomini, ma il divario è quasi la metà di quello che si registra in media nelle altre professioni. È un dato che probabilmente sorprende, e che merita di essere capito. La spiegazione più verosimile la danno gli stessi analisti del CNI: il settore dell’ingegneria, in particolare quello industriale e tecnologico, ha contratti collettivi più strutturati e meccanismi di carriera più formalizzati rispetto ad altri settori. La discriminazione retributiva, quando può manifestarsi solo nello scarto rispetto a una griglia salariale predefinita, ha meno spazio di azione. Non è scomparsa sette o nove punti percentuali sono comunque significativi ma è meno selvaggia.

Da questo deriva una conseguenza che vale la pena dire, perché spesso resta sottintesa: per una giovane donna italiana di vent’anni che oggi si pone il problema di come tutelarsi economicamente nel futuro, scegliere ingegneria è statisticamente una buona idea. Non solo per il tasso di occupazione (i dati CNI parlano di tre laureate su quattro occupate, con punte dell’87% al Nord-Est), ma anche per la prevedibile minore esposizione al gender gap salariale. Non è un argomento sufficiente per scegliere una carriera, ovviamente. Ma è un argomento che merita di entrare nel discorso pubblico, e che molto raramente lo fa.

L’Italia nel quadro europeo: meglio di quanto pensiamo, peggio di quanto vorremmo

Vale la pena ora alzare lo sguardo dall’Italia all’Europa, perché il confronto restituisce un quadro interessante. Secondo l’ultimo aggiornamento Eurostat del febbraio 2026, in tutta l’Unione Europea le donne scienziate e ingegnere sono 7,9 milioni nel 2024, in crescita rispetto agli anni precedenti. La distribuzione tra Paesi membri è però tutt’altro che omogenea. Le percentuali più alte si registrano in Lettonia (50,9%), Danimarca (48,8%), Estonia (47,9%), Spagna (47,6%), Bulgaria e Irlanda (entrambe al 47,3%). Le più basse in Finlandia (30,7%), Ungheria (31,7%), Lussemburgo (32,4%), Slovacchia (33,6%) e Germania (34,6%) (per maggiori info qui tutti i dati: Eurostat 2026).

L’Italia si colloca in posizione intermedia. Secondo i dati Eurostat dell’anno precedente, nel 2023 la quota di donne scienziate e ingegnere in Italia era del 34,1%. Non siamo nei bottom 5 del 2024, e non siamo nemmeno nei top 5, ma stiamo recuperando posizioni. Il dato italiano, nel confronto con i grandi Paesi europei, è particolarmente interessante: è migliore della Germania (34,6%), della Finlandia, dell’Ungheria. È peggiore di Spagna, Portogallo, Polonia, Paesi Baltici. La geografia europea delle donne scienziate e ingegnere segue un pattern abbastanza chiaro: vince il Sud (penisola iberica) e l’Est (Baltici, Polonia, Romania), perde il Nord-centro tedesco e il Nord scandinavo. È un dato che contraddice la narrazione classica sull’inclusione femminile in Europa, secondo cui i Paesi nordici sarebbero più avanti. Sull’ingegneria, sono i Paesi mediterranei e dell’Europa dell’Est a essere avanti.

Sui laureati STEM il quadro è simile. Secondo dati Eurostat 2023 riferiti dal portale europeo Code Week, l’Italia è sopra la media europea: Romania 42,1%, Estonia 41,7%, Grecia 41,1% guidano la classifica delle donne laureate STEM. Spagna (27,2%), Germania (28,1%) e Belgio (28,7%) chiudono. L’Italia, secondo i dati pubblicati da Eurostat nel marzo 2024 per il 2021, si collocava al 39,0% al quarto posto in Europa, sopra Polonia e Grecia (Women totalled almost a third of STEM graduates in 2021). Sui numeri, l’Italia se la sta cavando meglio di come ci raccontiamo.

Torniamo all’oggi. Il tema scelto per l’INWED 2026, Engineering Intelligence, non è una metafora. È un avvertimento. Negli ultimi due anni la ricerca scientifica internazionale ha documentato una serie di bias algoritmici legati al sesso degli sviluppatori di sistemi di intelligenza artificiale. Da quando l’AI Act europeo è entrato in vigore in fasi successive nel 2024-2025, anche l’Unione Europea ha riconosciuto formalmente che la diversità nei team di sviluppo è una condizione necessaria per produrre sistemi di IA affidabili. Le donne ingegnere italiane che si stanno formando oggi nelle aule di Ingegneria Informatica, Ingegneria Gestionale, Ingegneria dei Dati saranno, tra cinque o dieci anni, parte centrale di questa partita.

È una buona occasione per ricordare un’iniziativa italiana che il pubblico generalista conosce poco: il Premio “Ingenio al Femminile“, istituito dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri in collaborazione con Cesop HR Consulting, che premia ogni anno le migliori tesi di laurea in ingegneria scritte da donne. Il tema della quinta edizione, nel 2025, era proprio “Intelligenza artificiale per le nuove sfide del 2050”, con focus sull’impatto dell’AI su società, lavoro, sostenibilità, infrastrutture. È un’iniziativa che esiste da cinque anni, eppure raramente entra nelle pagine dei giornali generalisti. La menzioniamo perché vale la pena conoscerla.

Cosa vale la pena tenere a mente, dopo il 23 giugno

La prima: la rivoluzione è in corso, ma non è completa. 340.000 donne ingegnere italiane sono molte, e sono il segnale di un cambiamento culturale profondo. Ma il 27,8% è ancora lontano dalla parità. Le immatricolazioni del 28,1% nell’anno accademico 2023-24 indicano che il trend continua, ma con velocità contenuta. A questo ritmo, raggiungeremo il 50% di laureate in ingegneria attorno al 2050. Non è un’eternità, ma non è nemmeno domani.

La seconda: l’Italia non è il fanalino di coda europeo che il dibattito pubblico spesso suggerisce. Sui laureati STEM in particolare siamo sopra la media europea e davanti alla Germania, alla Spagna, alla Francia. È un dato che merita di essere ricordato ogni volta che si parla di “ritardo italiano nel lavoro femminile qualificato”: vero in molti settori, ma non in ingegneria. Lì, siamo nella metà alta della classifica.

La terza: la segregazione orizzontale è il nuovo fronte. Non è più sufficiente celebrare il numero crescente di donne in ingegneria. Bisogna chiedersi se quelle donne entreranno anche nei settori più remunerativi e potenti dell’ingegneria (informatica, robotica, AI, cybersicurezza) o se resteranno concentrate nei settori “di cura” (biomedica, ambientale). La sfida del prossimo decennio sarà la parità qualitativa, non solo quella quantitativa.

La quarta, e forse la più importante: 340.000 storie individuali. Dietro al numero secco ci sono trecentoquarantamila biografie. Madri che hanno scelto una facoltà che la propria famiglia considerava strana. Studentesse che hanno passato sei anni in aule a maggioranza maschile imparando a non farsi notare per il proprio genere ma per il proprio lavoro. Lavoratrici che oggi gestiscono progetti, cantieri, brevetti, team. Ogni Giornata Internazionale rischia di trasformarsi in una statistica anonima. Vale la pena ricordare che dietro a quei numeri ci sono persone, e che la rivoluzione silenziosa che oggi celebriamo l’hanno fatta loro, una scelta universitaria alla volta, una tesi alla volta, una giornata di lavoro alla volta. Non lo dicono spesso. Non se lo dicono spesso. Forse oggi, almeno per ventiquattro ore, vale la pena dirglielo noi.

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