Provate a pensarci. Chi ricorda al compagno di chiamare l’amico per il compleanno? Chi gli chiede com’è andata davvero quella cosa al lavoro, e poi aspetta la risposta? Chi, quando lui litiga con il fratello, finisce per fare da mediatrice? Nella maggior parte delle coppie eterosessuali la risposta è una sola, ed è lei. A questo lavoro silenzioso, fatto di ascolto, promemoria e regia delle relazioni altrui, una ricercatrice di Stanford ha dato un nome: mankeeping. Da quando è stato coniato, il termine è diventato virale, e il motivo è semplice: ha messo a fuoco qualcosa che moltissime donne facevano senza avere le parole per dirlo.
Che cos’è, e da dove viene la parola
Il termine lo ha messo a fuoco Angelica Ferrara, ricercatrice del Clayman Institute di Stanford, insieme a Dylan Vergara. L’hanno costruito per analogia con un concetto più vecchio, il kinkeeping, coniato nel 1985 dalla sociologa Carolyn Rosenthal per descrivere il lavoro invisibile con cui le donne tengono insieme i legami familiari, dalle telefonate alla nonna ai pranzi delle feste. Il mankeeping sposta quella stessa fatica su un altro fronte: sostenere la vita emotiva e sociale di un uomo quando lui, da solo, non riesce o non è abituato a farlo.
Non parliamo di cose eclatanti, ma di gesti minuti che sommati pesano. Ascoltare gli sfoghi senza avere nessuno con cui a tua volta sfogarti, ricordargli i compleanni, spingerlo a vedere gli amici, essere l’unica persona con cui parla di ciò che prova. Un lavoro che, come il kinkeeping, nessuno nota finché c’è, e che diventa visibile solo quando viene a mancare.
Il vero sfondo: la solitudine degli uomini
Per capire il mankeeping bisogna partire da un dato che non riguarda le donne, ma gli uomini. Le loro amicizie, con il passare degli anni, tendono a diradarsi più in fretta di quelle femminili. Negli Stati Uniti, nel 2021, il 15% degli uomini dichiarava di non avere nessun amico intimo, e il numero di chi può contare su sei o più amici stretti si è dimezzato rispetto al 1990. La psicologa Niobe Way lo osserva fin dall’adolescenza: da ragazzini i maschi hanno amicizie intense e confidenti, poi, avvicinandosi all’età adulta, imparano che mostrarsi vulnerabili non è “da uomini” e quei legami sfioriscono. Il risultato è una generazione di adulti con poche persone a cui aprirsi davvero. E quando l’unico spazio di intimità rimasto è la relazione di coppia, tutto il peso emotivo che prima si distribuiva tra amici, fratelli e partner finisce per scaricarsi su una persona sola. Quasi sempre, una donna.
Perché il conto lo pagano le donne
Qui sta il cuore della questione. Non è che gli uomini siano incapaci di provare emozioni, è che a molti è stato insegnato a non allenarle. Ferrara lo lega a un’idea rigida di mascolinità, quella del maschio “alpha” che non chiede aiuto e non si confida, e che proprio per questo arriva all’età adulta con meno strumenti relazionali. A colmare quel vuoto, nella pratica quotidiana, è la compagna, che si ritrova a fare da amica, terapeuta e social manager sentimentale insieme. Gratis, e spesso senza che nessuno glielo abbia chiesto a voce alta. Il fenomeno è entrato così in profondità nell’immaginario da finire persino in uno sketch del Saturday Night Live, Man Park, in cui le fidanzate portano i compagni soli in una specie di area cani per farli socializzare con altri uomini. Si ride, ma il nervo è scoperto. Un primo studio condotto su 402 donne americane ha provato a misurare il fenomeno, e ha trovato che a logorare le relazioni non è tanto organizzare la vita sociale di lui, quanto la sensazione di essere date per scontate mentre lo si fa.
La parte complicata, quella senza colpevoli
Sarebbe facile trasformare tutto questo in un processo agli uomini, ma sarebbe anche sbagliato. La solitudine maschile è un problema serio e strutturale, non un capriccio, e ha conseguenze pesanti, perché un uomo isolato e incapace di chiedere aiuto è un uomo più fragile, a volte più esposto a derive rabbiose o alle comunità tossiche della rete. Riconoscere il mankeeping non significa accusare chi ne ha bisogno, ma rendere visibile uno squilibrio. Il punto, semmai, è un altro: prendersi cura di qualcuno a cui si vuole bene è normale e giusto, ma quando la cura va in una direzione sola smette di essere amore e diventa un secondo lavoro. La via d’uscita non è che le donne smettano di sostenere i loro uomini, né che gli uomini vengano lasciati soli con il loro vuoto. È che gli uomini tornino a coltivare amicizie vere tra loro, imparando daccapo quello che da bambini sapevano fare benissimo. Nominare il problema, in fondo, serve proprio a questo: non a dividere, ma a ridistribuire un peso che per troppo tempo è rimasto su una sola spalla.