Ogni estate si ripete la stessa solfa con l’arrivo dei nuovi solari. Le formulazioni di questo o quell’altro brand promettono creme solari “amiche del mare”, “reef-safe”, “oceano-positive”. In quindici anni passati a leggere schede prodotto lo ammettiamo c’è un certo scetticismo professionale verso questo vocabolario: la dicitura reef-safe infatti non è regolamentata da alcuna normativa, il che significa che chiunque può stamparla sul flacone senza dover dimostrare granché. Per questo, quando un progetto sceglie di mettere sul tavolo un numero verificabile invece di un aggettivo, vale la pena fermarsi a leggere bene e capire di che cosa si tratta, per davvero.
Il numero, in questo caso, è 300. Trecento chili di reti da pesca abbandonate, recuperate dal fondale di una secca ligure. È da qui che conviene raccontare Sea for Tomorrow, il programma con cui BioNike rinnova anche nel 2026 il suo impegno per l’ecosistema marino al fianco di Worldrise, la non-profit fondata nel 2013 dalla biologa marina e divulgatrice Mariasole Bianco.

Trecento chili di reti fantasma (e perché contano)
Le chiamano reti fantasma: lenze e reti perse o abbandonate in mare che, essendo fatte di polimeri plastici, non si decompongono. Continuano a “pescare” da sole è il fenomeno che viene definito ‘pesca passiva’ e purtroppo è molto nociva per la fauna marina, intrappolando pesci, tartarughe e cetacei per anni. Trascinate dalle correnti, diventano anche agenti abrasivi che danneggiano gli organismi sul fondale, dai coralli alle spugne.
L’intervento sostenuto da BioNike e coordinato da Worldrise ha portato un team di sub specializzati a ripulire la Secca di Santo Stefano al Mare, hotspot di biodiversità in provincia di Imperia, in Liguria. Il bilancio: circa 300 kg di materiali rimossi, diversi organismi liberati e l’operazione documentata con foto e video, scelta non secondaria, perché l’inquinamento da reti è per definizione invisibile a chi resta in superficie. È un’azione puntuale, non risolutiva: 300 chili sono una goccia rispetto al problema globale degli attrezzi da pesca dispersi. Ma è anche, banalmente, una goccia in più di quante ce ne fossero prima. E ha il pregio di essere misurabile.
Il 30% dei mari entro il 2030
L’intervento subacqueo si affianca a un impegno più strutturale. Per il secondo anno consecutivo BioNike è Funding Partner dell’Alleanza 30×30 Italia, la coalizione nata da Worldrise che punta a proteggere almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030 attraverso la creazione e la gestione efficace di nuove Aree Marine Protette. L’obiettivo non è un’invenzione di marketing: il “30×30” è un target internazionale che l’Italia ha sottoscritto, nel solco del movimento dei Blue Leaders. L’Alleanza riunisce a oggi oltre 80 tra associazioni e movimenti sul territorio nazionale. Tradotto: una crema solare, da sola, non protegge un’area marina; un finanziamento continuativo a chi quelle aree le studia e le promuove ha più possibilità di lasciare un segno.
Vale la pena ricordare il contesto, perché spiega l’urgenza. Si stima che gli oceani producano circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbano intorno al 30% della CO₂ emessa dalle attività umane, cifre indicate da fonti come le Nazioni Unite e la NOAA. Un sistema che riscaldamento e acidificazione stanno mettendo sotto pressione.

Cosa c’è davvero nel flacone
Veniamo al prodotto, che è poi il motivo per cui un’azienda di dermocosmesi entra in questa partita. Defence Sun, la linea di fotoprotezione rinnovata l’anno scorso, è costruita attorno alla tecnologia Pro Repair 4D: protezione ad ampio spettro UVA/UVB, difesa dallo stress cellulare, dai radicali liberi generati da UV e infrarossi e, alla quarta “dimensione”, riparazione dei danni al DNA. Il cuore attivo è il complesso brevettato NBCS (niacinamide, betaina di glicina, carnosina, sechium edule), derivato per metà da processi di up-cycling. Sul fronte ambientale, i punti concreti e dichiarati sono due. Primo: le formule sono prive di oxybenzone, octocrylene e octinoxate (quest’ultimo con l’eccezione dello Stick SPF50+) e senza filtri nano. Sono esattamente i filtri più discussi dalla letteratura scientifica per il loro possibile impatto sui coralli, quindi escluderli è una scelta sostanziale, non cosmetica. Secondo: l’azienda dichiara di aver sottoposto le formulazioni a test di biodegradabilità in acqua di mare (metodo OECD 306) e di ecocompatibilità (norme ISO ed EPA). A livello di packaging: flaconi in PET 100% riciclato, bombole in alluminio 100% riciclato, tubi al 40% di riciclato, più sistemi Bag on Valve e Twist & Lock per ridurre gli sprechi.

Onestà intellettuale: nessun solare è davvero a impatto zero, e la formula corretta è “impatto ridotto”, non “rispettoso del mare” in senso assoluto. Detto questo, tra una linea che lo certifica con metodi internazionali e una che si limita all’etichetta ocean-friendly, la differenza esiste e si vede. Aggiungiamo che i solari restano formulati per pelli sensibili e intolleranti, nichel tested, senza profumo, conservanti e glutine, coerentemente con il DNA dermatologico del brand, attivo dal 1960.

La sintesi, senza retorica
La frase istituzionale la lasciamo a chi l’ha pronunciata: per Marianna Granata, Marketing & Communication Director di BioNike, innovazione e sostenibilità devono procedere insieme; per Mariasole Bianco, presidente di Worldrise, proteggere il 30% dei mari è ormai una necessità più che un’ambizione, e servono alleanze concrete. Al di là delle dichiarazioni, ciò che distingue Sea for Tomorrow dalla media dei progetti “blu” dell’estate è proprio la combinazione di un impegno di sistema (il finanziamento all’Alleanza) e di un risultato tangibile e quantificato (le reti recuperate). Non è la soluzione alla crisi del Mediterraneo. È, più modestamente, un caso in cui dietro l’aggettivo c’è anche un numero concreto, verificabile e una volontà di fare il possibile per limitare l’impatto ambientale.
MaZ