Il 1° luglio 2026, alle nove del mattino ora italiana, la sedicenne che nel 2020 vagava per una Londra vittoriana cercando la madre scomparsa è tornata sui nostri schermi come una ventenne prossima al matrimonio che sta cercando il fratello scomparso. La differenza è quasi tutta lì, e non è quasi nulla. Nei sei anni che separano il primo Enola Holmes da questo terzo capitolo, la sceneggiatura ha attraversato ottocento pagine di romanzi vittoriani, tre registi, una pandemia globale, l’uscita definitiva di Stranger Things dallo streaming (la quinta stagione ha chiuso ufficialmente il ciclo nel 2025) e soprattutto la crescita davanti agli occhi di tutti di una ragazza che si chiama Millie Bobby Brown, oggi ventidue anni, sposata, madre adottiva, produttrice cinematografica e proprietaria di un beauty brand.

Se ci sono ancora dubbi sul fatto che il pop culturale contemporaneo abbia sostituito i romanzi di formazione ottocenteschi come luogo in cui una generazione può assistere alla crescita di un personaggio in tempo reale, Enola Holmes 3 è il caso di studio. Non tanto per la sua qualità cinematografica, quanto per la sua natura antropologica. Non capita spesso, nella storia del cinema pop, che l’attrice e il personaggio invecchino allo stesso ritmo, sotto lo sguardo dello stesso pubblico, per un intero decennio della loro vita. Ed è una cosa che vale la pena guardare bene, prima che diventi banale.

Cosa succede a Malta

Cominciamo dai fatti, ché su questi non ci si può sbagliare. Enola Holmes 3 è appena uscito su Netflix il 1° luglio 2026 in streaming globale. La regia è affidata a Philip Barantini, che prende il posto di Harry Bradbeer, regista dei primi due capitoli, dopo essere diventato uno dei nomi più riconoscibili della televisione contemporanea grazie ad Adolescence, la miniserie Netflix del 2025 girata interamente in piano sequenza che gli è valsa un Emmy e una considerevole quantità di conversazione culturale internazionale. La sceneggiatura resta invece nelle mani di Jack Thorne, autore anche dei primi due film e adattatore fedele dei romanzi The Enola Holmes Mysteries di Nancy Springer, sei volumi pubblicati tra il 2006 e il 2010.

La trama sposta l’azione fuori dall’Inghilterra per la prima volta nella saga. Enola sta per sposare Lord Tewkesbury quando Sherlock scompare improvvisamente. Le indagini portano Enola a Malta, in un caso che secondo la campagna promozionale è “il più pericoloso della sua carriera”, con lo slogan globale “It will take a Holmes, to save a Holmes”, ci vorrà un Holmes per salvare un Holmes. Ritornano Henry Cavill come Sherlock, Louis Partridge come Tewkesbury, Helena Bonham Carter come la madre Eudoria. Si aggiungono Himesh Patel come Dottor Watson e Sharon Duncan-Brewster come Moriarty, un dettaglio che merita di essere notato: per la prima volta nella storia canonica del franchise Holmes, l’archi-nemesi è interpretata da un’attrice donna nera.

Le riprese si sono svolte in gran parte a Malta e in parte a Londra: gli interni della nuova casa di Enola e Tewkesbury sono stati filmati a Southside House, Wimbledon Common. Le prime reazioni della stampa internazionale parlano di “un thriller d’avventura ben confezionato, con un ritmo sostenuto e una fotografia che valorizza gli scorci maltesi”, e di una regia più cupa e cinematografica rispetto ai due film precedenti. Barantini stesso aveva anticipato di volere per il film vibes in stile Harry Potter e il prigioniero di Azkaban“, una dichiarazione che sarebbe suonata pretenziosa se non fosse arrivata dopo Adolescence.

La novità narrativa più discussa dai primi recensori italiani è che il film introduce, per la prima volta nella saga, il tema del colonialismo britannico e delle sue conseguenze sull’impero mediterraneo. Malta non è un semplice cambio di scenografia: è il pretesto per una riflessione morale su cosa significava, alla fine dell’Ottocento, essere sudditi della corona senza esserne cittadini. Come ha osservato Movie Mag nella sua recensione: “Enola Holmes 3 affronta argomenti come il colonialismo britannico e le conseguenze delle ambizioni imperiali, cercando di dare maggiore spessore storico alla vicenda. È una scelta coraggiosa che dimostra la volontà degli autori di far evolvere il franchise”.

Serie TV in uscita a luglio 2026 su Netflix

Chi è Millie Bobby Brown a ventidue anni

Se Enola Holmes è cresciuta, Millie Bobby Brown è cresciuta di più. Vale la pena mettere in fila i fatti biografici, perché insieme raccontano una storia insolita. Millie Bonnie Brown è nata il 19 febbraio 2004 a Marbella, in Andalusia, da genitori inglesi che si erano trasferiti in Spagna per lavoro. Il padre, Robert, è agente immobiliare; la madre, Kelly, casalinga. La famiglia contava già due figli (Paige e Charlie), a cui si sarebbero aggiunti dopo di lei una sorella minore (Ava). A quattro anni Millie tornò con la famiglia in Inghilterra, a Bournemouth; a otto la famiglia emigrò negli Stati Uniti, a Orlando, in Florida. Fu lì che una scout hollywoodiana la individuò durante un laboratorio di recitazione del sabato mattina e disse ai suoi genitori la frase che a leggerla oggi sembra scritta per una sceneggiatura: “ha degli istinti che non si insegnano”. La famiglia investì tutti i propri risparmi per trasferirsi a Los Angeles. In tre mesi Millie firmò per Once Upon a Time in Wonderland. Un anno dopo, a nove anni, era la protagonista di Intruders per BBC America. Nel 2016, a dodici anni, fu scritturata come Eleven in Stranger Things. Nel 2017 e nel 2018 fu nominata al Primetime Emmy come miglior attrice non protagonista. Nel 2018 Time la incluse tra le cento persone più influenti del mondo: era la più giovane persona mai comparsa nella lista. Nello stesso anno UNICEF la nominò Ambasciatrice di Buona Volontà, di nuovo la più giovane della storia dell’organizzazione. A quattordici anni, in altre parole, aveva raggiunto un livello di riconoscimento pubblico che alla maggior parte degli attori adulti non arriva mai. C’è un dato biografico che vale la pena ricordare per capire come è cresciuta: Millie è sorda dall’orecchio destro, e il suo orecchio sinistro riesce a percepire soltanto un tono. Durante le riprese di Stranger Things, un’assistente si posizionava vicino al regista per ripetere alla sua altezza le indicazioni che lei non riusciva a sentire.

Nel 2020, a sedici anni, decide di produrre in prima persona il primo Enola Holmes. Diventa così una delle più giovani produttrici hollywoodiane in attività: il ruolo di produttrice, non solo di interprete, sarebbe stato una delle chiavi principali per uscire, professionalmente parlando, dall’ombra di Eleven. Nello stesso periodo lancia Florence by Mills, la sua linea di skincare e make-up per la generazione Z, chiamata così in onore della bisnonna. Nel 2023 pubblica il romanzo Nineteen Steps, ispirato proprio alla vita della bisnonna Florence e ambientato durante il Blitz di Londra. Nel maggio 2024 sposa Jake Bongiovi, figlio di Jon Bon Jovi, assumendo il cognome coniugale (oggi si chiama legalmente Millie Bonnie Bongiovi). Nell’agosto 2025 la coppia annuncia di aver adottato una bambina e nel dicembre 2025, con la messa in onda della quinta stagione, Stranger Things si chiude ufficialmente. Millie ha ventuno anni. Non è più una bambina prodigio. È per usare l’espressione con cui lei stessa si è definita in un’intervista del 2025 “una forza imprenditoriale multidisciplinare”.

Un ciclo che si chiude, un modello che è cambiato

Guardato da lontano, Enola Holmes 3 è la chiusura non ufficiale di un ciclo che era iniziato nel 2020, quando Netflix decise di trasformare i romanzi di Nancy Springer in un blockbuster streaming per famiglie. Nel primo film la protagonista aveva sedici anni e cercava sua madre. Nel secondo, del 2022, era diventata una detective autonoma che sfidava Scotland Yard. Nel terzo, del 2026, è una donna adulta che sta per sposarsi e che deve salvare il fratello. La scala del rischio è cresciuta di pari passo con l’età: dal ricongiungimento familiare al problema di ordine sociale, dall’ordine sociale alla dimensione geopolitica del colonialismo imperiale. Il franchise ha camminato con la sua protagonista, e la sua protagonista ha camminato con la sua interprete.

Per capire quanto è raro, vale la pena fare un confronto rapido. Emma Watson aveva undici anni quando iniziò a interpretare Hermione Granger (2001) e ventuno quando terminò (2011). Daniel Radcliffe aveva undici anni al primo Harry Potter e ventidue all’ultimo. Nel caso di Harry Potter, però, i film erano tratti da un corpus letterario già chiuso, i personaggi erano fissi nella pagina, e la crescita fisica degli attori era stata semplicemente accolta dalla saga come vincolo produttivo. Con Enola Holmes il rapporto è diverso: la saga ha modellato la propria crescita narrativa sulla crescita della propria interprete, e la protagonista che nel 2020 era una teenager in un mondo di adulti sospettosi è nel 2026 un’adulta in un mondo che l’ha finalmente riconosciuta come tale.

«La saga ha modellato la propria crescita narrativa sulla crescita della propria interprete. È un caso raro nella storia del cinema pop: capita più spesso il contrario, che una donna adulta debba fingere per anni di essere adolescente perché il pubblico la ricorda così.»

C’è un altro dato che merita attenzione, e riguarda la rottura della quarta parete che è diventata, nei tre film, il marchio narrativo del franchise. Enola parla in camera. Ci strizza l’occhio. Ci confida quello che sta pensando. È un vezzo cinematografico non nuovo (Fleabag lo aveva reso mainstream nel 2016, Ferris Bueller lo aveva anticipato negli anni Ottanta), ma nel contesto di un blockbuster per famiglie diretto a un pubblico giovane femminile ha un significato preciso: le ragazze che guardano non sono spettatori, sono complici. La detective adolescente non solo indaga, ma ci spiega come si indaga. È una modalità narrativa formativa, nel senso più letterale: insegna, mentre intrattiene. Ed è per questo che una generazione precisa di ragazze, quelle nate tra il 2000 e il 2010, oggi tra i sedici e i ventisei anni, si è affezionata a Enola in modo diverso da come si affeziona di solito a un personaggio: perché il personaggio parlava direttamente a loro, non davanti a loro.

Le detective donne del decennio (una piccola galleria)

Enola Holmes non è nata dal nulla, è arrivata insieme a una generazione di detective donne che, negli ultimi dieci anni, ha ridefinito il ruolo del femminile nel giallo pop. Vale la pena elencarle rapidamente, perché è la costellazione che dà senso al singolo caso.

Nancy Drew (2019-2023): la teen detective americana per eccellenza rilanciata per la generazione streaming. Kennedy McMann come Nancy dà al personaggio una vibrazione più cupa e adulta rispetto ai romanzi originali di Carolyn Keene.

Only Murders in the Building (dal 2021): il triangolo Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez ha portato al successo l’idea del giallo urbano come commedia intergenerazionale, con una detective donna trentenne (Gomez, Mabel) che risolve casi accanto a due sessantenni maschi. Il ribaltamento demografico è più significativo di quanto la comedy lasci pensare.

The Fall (2013-2016) con Gillian Anderson: forse la detective donna adulta più complessa del decennio televisivo, la superintendente Stella Gibson ha stabilito un canone che ha influenzato tutto il crime europeo successivo.

Marple contemporanee: dalla riscrittura di Sophie Hannah al progetto Marple con dodici scrittrici (2022) fino al film del 2025 con Kelly Macdonald come Miss Marple, la detective anziana per eccellenza è tornata come figura letteraria di punta.

Le protagoniste dei cozy mystery editoriali: dai libri di Nita Prose (la governante detective Molly Gray) alle serie di Richard Osman (i pensionati investigatori del Thursday Murder Club), la protagonista donna del giallo cozy è diventata uno dei generi editoriali più venduti del decennio.

E poi c’è Enola. La più giovane, la più esplicitamente femminista, la più coscientemente rivolta al pubblico giovane femminile. È la punta della piramide, quella che parla direttamente alle ragazze che oggi hanno tra i quindici e i venticinque anni. Ed è probabilmente la ragione per cui la sua parabola generazionale è così visibile: perché è la sola, tra le detective sopra citate, il cui pubblico è cresciuto in sincronia con lei.

Il regista di Adolescence, la protagonista di Enola Holmes

Un’ultima osservazione che merita un paragrafo a sé. Il fatto che il terzo Enola Holmes sia diretto da Philip Barantini, reduce dalla direzione di Adolescence, la miniserie Netflix del 2025 su un tredicenne inglese accusato di omicidio, girata interamente in piano sequenza e diventata un fenomeno culturale internazionale sulla crisi della mascolinità adolescente contemporanea, è un movimento non casuale. È lo stesso regista che ha raccontato la crisi di un maschio giovane attraverso le forme più radicali del cinema d’autore ora si sposta su una crescita femminile giovane attraverso le forme più consolidate del blockbuster pop.

Che una regia così simbolicamente carica venga chiamata a dirigere il terzo Enola Holmes è, in un senso preciso, un cambio di serietà del franchise. Netflix e Millie Bobby Brown (in quanto produttrice) stanno segnalando che la saga è diventata materiale culturale importante, non solo intrattenimento estivo. Il fatto che poi il film abbia inserito la questione coloniale, un tema che nel 2020 sarebbe stato inconcepibile in un family movie di Netflix, conferma la traiettoria. Enola Holmes ha smesso di essere solo una detective adolescente. È diventata un dispositivo culturale.

Cosa aspettarsi dal terzo capitolo di Enola Holmes

La prima cosa: vale la pena vederlo. Le prime recensioni internazionali sono positive senza essere entusiastiche. È il capitolo meno brillante della trilogia, forse, ma il più maturo. Se avete visto i primi due, il terzo chiude un ciclo che merita di essere chiuso. Se non li avete visti, riguardateli prima: la crescita di Enola conta più della singola indagine, e capire da dove viene questa versione adulta del personaggio richiede aver visto le sedicenni e diciassettenni precedenti.

La seconda: Millie Bobby Brown non è più Eleven, ed è probabilmente il maggiore successo professionale che una ex-bambina prodigio possa aspirare a ottenere. Nell’era in cui le carriere degli attori-bambini sono cimiteri riconoscibili, da Macaulay Culkin a Lindsay Lohan, la lista è nota, riuscire a passare da Stranger Things a produttrice, imprenditrice, moglie e madre adottiva senza scandali evidenti, mantenendo un franchise mainstream in attività e definendo la propria identità pubblica in modo autonomo, è un risultato che merita di essere nominato.

La terza: il modello Enola Holmes ha aperto una strada. Ci sono, in fase di sviluppo, almeno cinque progetti simili nell’industria dello streaming globale: adattamenti di detective giovani femminili, ricontestualizzazioni di gialli classici da punto di vista femminile, spin-off al femminile di franchise maschili storici. Netflix ha compreso una cosa che il pubblico sapeva da anni: le ragazze giovani vogliono vedere sé stesse indagare, non solo essere indagate. Le prossime cinque estati streaming ne saranno la conferma.

La quarta: guardare crescere una ragazza in pubblico è complicato, e vale la pena farlo con cura. Non tutti gli sguardi che il mondo ha rivolto a Millie Bobby Brown negli ultimi dieci anni sono stati gentili. C’è stata, tra i quindici e i diciotto anni della sua vita, una fase di attacco pubblico sui social, commenti sulla sua voce, sul suo accento, sul suo aspetto, sulle sue scelte sentimentali, che avrebbe piegato chiunque. Il fatto che si sia scelta di ritirarsi da Twitter e di parlare pubblicamente del bullismo online è stato un piccolo capitolo importante della conversazione contemporanea sul modo in cui il pubblico maltratta le donne giovani famose. Guardarla ora, a ventidue anni, produrre un film ambientato a Malta, in cui suo personaggio salva suo fratello dalle grinfie del colonialismo imperiale britannico, è un piccolo trionfo silenzioso. Se la generazione di ragazze che l’ha seguita dai dodici anni imparerà anche questo che si sopravvive, si cresce, si prospera anche quando tutti guardano allora il vero valore di Enola Holmes 3 non è nella qualità delle sue scene d’azione. È in quello che la sua interprete rappresenta, tornata sul red carpet come donna adulta dopo essere entrata su un red carpet a undici anni. Vale la pena riconoscerlo. E, se possibile, imparare a farlo con più garbo con quelle che verranno dopo di lei.

Photocredit Cover imdb.com

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