Se sentite parlare di “inclinazione della rima palpebrale” o di “mascella arretrata” pensando a una visita specialistica, siete fuori strada. Sono le parole con cui, sui social, un numero crescente di ragazze ha imparato a radiografare il proprio volto, catalogandone i presunti difetti con il distacco di un referto medico. Il fenomeno si chiama looksmaxxing, ha conquistato TikTok e, da territorio prima maschile, è sbarcato anche tra le donne. Si presenta come la versione evoluta del glow-up, l’arte di migliorarsi e a guardarlo da vicino, però, somiglia più a un manuale per imparare a non piacersi. Siamo quasi nel 2027 e moriamo dalla voglia di trovare sempre nuove opportunità per individuare dei difetti da correggere.

Che cos’è il looksmaxxing nell’ambito beauty

Il termine nasce negli anni Dieci su alcuni forum della cosiddetta manosphere, l’universo online maschile, in particolare in community legate all’ideologia incel. L’idea di fondo era massimizzare, to max out, il proprio potenziale estetico per scalare una gerarchia della bellezza. Nel decennio successivo il concetto è esploso su TikTok grazie a creator maschili, e si è diviso in due filoni: il softmaxxing raccoglie le pratiche soft, skincare, palestra, grooming, alimentazione. L’hardmaxxing comprende invece gli estremi, dalla chirurgia a protocolli ben più pericolosi, fino a derive come il bonesmashing, l’idea di colpirsi il viso per affilarne i tratti, che i medici bollano senza mezzi termini come disinformazione. La vera novità, quella che ci riguarda da vicino, è il passaggio al femminile. Lo stesso vocabolario e la stessa logica di ottimizzazione sono migrati nei video delle ragazze, che hanno iniziato ad applicarli al proprio viso. Il paradosso è evidente: un linguaggio nato in ambienti spesso apertamente misogini è diventato uno strumento con cui le donne imparano a giudicarsi da sole.

Il gergo che traveste l’insicurezza da scienza

Il cuore del fenomeno, e la ragione del suo fascino, sta proprio nelle parole. Termini come canthal tilt, l’inclinazione verso l’alto dell’angolo esterno dell’occhio, o recessed maxilla, una mascella considerata troppo arretrata, danno alle preoccupazioni estetiche un’aria clinica e oggettiva. Se un difetto ha un nome tecnico, sembra reale, misurabile, correggibile. Si parla di mewing, la pratica di premere la lingua contro il palato per rimodellare la mascella, di hunter eyes, di scale numeriche che pretendono di assegnare un voto alla bellezza di un volto. Il punto, che molti video dimenticano di dire, è che gran parte di tutto questo non ha basi scientifiche solide. Gli studi sul mewing, per esempio, non dimostrano che possa cambiare davvero la struttura ossea di un viso adulto, e le scale di valutazione sono considerate pseudoscienza. Resta la cosa più insidiosa: aver trasformato il modo in cui ci si guarda allo specchio, insegnando a scomporre un volto in una lista di parametri da correggere.

Looksmaxxing femminile: perché ci preoccupa

Qui il discorso si fa serio, e gli specialisti di immagine corporea lo dicono con chiarezza. Il problema del looksmaxxing è che lega il valore di sé all’aspetto, e lo fa inseguendo standard che cambiano di continuo. Un’autostima costruita su parametri così instabili resta fragile per definizione, perché il traguardo si sposta sempre un passo più in là. Chi è già incline all’ossessione rischia di scivolare in un terreno pericoloso, fatto di controllo compulsivo e, nei casi peggiori, di dismorfia corporea, ansia e disturbi del comportamento alimentare. A pesare è anche la genetica, che fissa limiti precisi a ciò che chiunque può ottenere. Trasformare in obiettivo quotidiano la rincorsa di tratti rarissimi significa condannarsi a un senso costante di inadeguatezza. Il confine con la cura di sé, quella sana, è sottile ma riconoscibile: curarsi per sentirsi bene è un conto, fissarsi su una lista di difetti da eliminare è l’esatto opposto, perché parte dal presupposto che così come siamo non andiamo bene.

Cura di sé o rifiuto di sé?

La differenza, alla fine, sta tutta lì. La skincare, il trucco, una buona routine possono essere gesti di piacere e di cura, un modo per volersi bene. Il looksmaxxing ribalta il segno di quei gesti e li trasforma in un progetto di correzione permanente, in cui lo specchio diventa un tribunale e il viso un imputato. Un indizio utile, per capire da che parte si sta, è chiedersi come ci si sente dopo: una beauty routine dovrebbe lasciare addosso un po’ di leggerezza, non l’ansia di non essere mai abbastanza. La bellezza, quella vera, non è un punteggio da scalare. Ed è forse questo il miglior antidoto a un trend che, sotto la patina glossy del glow-up, chiede alle donne di guardarsi con gli occhi severi di chi le vorrebbe sempre ‘non abbastanza belle’.

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