Ogni primavera il beauty publishing ripete lo stesso copione: fotoprotettori per il viso, per il corpo, per le labbra, per le mani. I capelli, quasi sempre, restano fuori dalla conversazione. Eppure il sole li danneggia ugualmente e i meccanismi di danno sono molto più complessi di un generico “si seccano”. C’è una scienza del fotoaging del capello che esiste da decenni nei laboratori cosmetici e che dovremmo approfondire per capire meglio che solari usare nella nostra haircare routine.

Il capello non è pelle: perché il danno UV funziona diversamente

Il primo dato che sorprende chi si avvicina a questo argomento è controintuitivo: il capello è una struttura non vitale. Non è soggetto a carcinogenesi del fusto, e il danno proteico accumulato nel tempo viene teoricamente rimpiazzato dalla nuova crescita. A prima vista, la questione della fotoprotezione del capello potrebbe sembrare irrilevante. Eppure questa logica “tanto ricrescerà” è esattamente il problema. Perché nel frattempo, per mesi e anni, stai portando in testa fibre degradate che perdono colore, lucentezza, elasticità e resistenza meccanica. E la nuova crescita, se le condizioni di esposizione non cambiano, ricomincia lo stesso percorso di deterioramento. La struttura del capello ha tre strati: la cuticola esterna, il cortex (che rappresenta fino al 90% del peso totale della fibra e contiene la melanina e la cheratina strutturale) e il midollo. Le radiazioni UVB danneggiano principalmente la superficie esterna del capello, erodendo la cuticola e rendendola più vulnerabile agli stress meccanici. Le radiazioni UVA, invece, penetrano più in profondità e agiscono sul colore, ossidando gli aminoacidi e le catene polipeptidiche nel cortex ovvero la corteccia. Tra gli aminoacidi più vulnerabili alla degradazione fotochemica ci sono cisteina, metionina, triptofano, tirosina e istidina. La degradazione del triptofano in particolare è responsabile di uno dei cambiamenti visivi più frustranti per chi ha capelli colorati: il viraggio su toni arancio-ramati non voluti.

Chi è più a rischio: capelli biondi, grigi e trattati chimicamente

La melanina nel fusto è l’unica fonte endogena di fotoprotezione del capello. I capelli più scuri, con maggiore contenuto di melanina, hanno proprietà fotoprotettive naturali più elevate. I capelli biondi o grigi, con meno melanina, sono significativamente più esposti al danno UV.  Il caso dei capelli grigi è particolarmente delicato: i capelli grigi sono quelli più esposti agli effetti negativi della luce solare, perché privi di pigmento fotoprotettivo nella struttura. I capelli colorati chimicamente si danneggiano più rapidamente di quelli naturali. Una doppia vulnerabilità, quindi, per chi ha deciso di smettere di tingere e si trova con capelli grigi o bianchi: strutturalmente fragili per l’assenza di melanina, e ulteriormente stressati se hanno alle spalle anni di trattamenti chimici. I prodotti di fotoprotezione per capelli sono principalmente pensati per i capelli tinti, in particolare per le pigmentazioni ramato-rosse, e per le tonalità grigie. Si basano tipicamente su siliconi, antiossidanti e filtri UV chimici che hanno maggiore affinità per la superficie carica negativamente del capello.

Come funziona davvero la cheratina idrolizzata contro i raggi UV

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata su un ingrediente che molti associano solo ai trattamenti liscianti in salone: la cheratina idrolizzata. La sua funzione come scudo UV è documentata da studi recenti e il meccanismo è elegante. La cheratina idrolizzata si deposita sulle cuticole del capello formando un film e penetra parzialmente nella corteccia. Questo film agisce come riduttore UV, aiutando il capello a resistere al danno superficiale e a mantenere una morfologia liscia e sana dopo l’esposizione alle radiazioni. Il dato più sorprendente emerge dai test di resistenza meccanica: per i capelli trattati con cheratina idrolizzata la resistenza tensile si mantiene stabile dopo l’esposizione UV, mentre nei capelli non trattati diminuisce del 14,32%. C’è poi un meccanismo secondario quasi poetico: l’UV stesso, degradando progressivamente le molecole di cheratina più grandi depositate in superficie, le rompe in frammenti più piccoli che penetrano più in profondità nel fusto, rinforzandolo dall’interno. Una sorta di auto-riparazione indotta proprio dall’agente di danno che si voleva combattere. La cheratina idrolizzata in prodotti leave-on può ridurre l’arruvidimento e lo sbiadimento del colore indotto dal sole, specialmente se combinata con filtri UV classici o antiossidanti. La parola chiave è “leave-on”: in shampoo e balsami risciacquati, l’effetto è molto più limitato. Per la fotoprotecione conta ciò che rimane sul capello dopo il risciacquo.

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I filtri UV per capelli: cosa sono e come leggerli in etichetta

A differenza della crema solare per la pelle, non esistono parametri regolamentati per valutare l’efficacia fotoprotettiva dei prodotti per capelli, come l’SPF per i solari cutanei. Per questo motivo, i claim hair sunscreen nei prodotti commerciali dovrebbero essere sostituiti da indicazioni più precise come “previene il cambiamento di colore e brillantezza“. I filtri UV di uso comune nella cosmesi capillare sono quattro principali: il butyl methoxydibenzoylmethane (filtro UVA, assorbe intorno ai 360 nm), l’octylmethoxycinnamate (filtro UVB, assorbe intorno ai 310 nm), il benzophenone-3 (filtro a spettro misto UVA+UVB) e l’octyl salicylate (filtro UVB). Le superfici della fibra capillare vengono danneggiate principalmente dai raggi UVB, mentre i lipidi del capello vengono danneggiati principalmente dai raggi UVA. Un prodotto con protezione a spettro ampio che copra entrambi è quindi preferibile a uno con un solo tipo di filtro. In etichetta INCI, cercate anche silicone quaternizzati (es. Quaternium-80): i filtri UV chimici quaternari hanno maggiore affinità per la superficie carica negativamente del capello, garantendo una maggiore aderenza e quindi efficacia. I siliconi comuni come il dimeticone, oltre alla funzione districante, lasciano un film sottile che contribuisce a schermare meccanicamente la fibra. Vi ricordate la wave che qualche anno fa demonizzava i siliconi? Ecco per fortuna è passata!

La routine di protezione: prima, durante e dopo l’esposizione

Prima: Il prodotto protettivo va applicato su capelli asciutti o umidi prima dell’esposizione, almeno 15-20 minuti prima di uscire. Come per i solari per il viso ed il corpo, i filtri hanno bisogno di tempo per aderire alla fibra. Distribuite il prodotto dalle radici alle punte concentrandovi sulle lunghezze, che sono le più anziane e strutturalmente più vulnerabili.

Durante: La riapplicazione dopo il bagno in mare o in piscina è fondamentale e quasi sempre dimenticata. L’acqua di mare (salsedine + sale) e il cloro delle piscine sommano il loro effetto dannoso a quello dell’UV: la salsedine apre la cuticola, il cloro ossida la melanina e degrada i legami disolfuro. Uno spray leave-in è il formato più pratico per riapplicare durante la giornata.

Dopo: Lo shampoo doposole o riparatore è l’ultimo tassello della haircare routine. Serve a rimuovere salsedine, cloro e residui ossidativi prima che completino il loro lavoro di erosione sulla corteccia del capello. Cercate formule con pH leggermente acido (4,5-5,5) che favoriscano la richiusura delle cuticole.

Un errore comune: lo shampoo con filtri UV non protegge

Vale la pena fare chiarezza su un equivoco molto diffuso. Gli shampoo potrebbero non rappresentare il metodo più efficace per la protezione solare, perché devono essere risciacquati prima dello styling. È improbabile che gli ingredienti contenuti nel prodotto rimangano sul capello dopo il lavaggio. I filtri UV in uno shampoo hanno senso per prevenire lo sbiadimento del colore durante la pulizia, ma non per schermare il capello durante l’esposizione solare. Per quello servono prodotti leave-in: spray, oli, sieri, creme da non risciacquare. La stessa logica vale per i balsami risciacquati: depositano qualcosa sulla cuticola, ma la maggior parte degli attivi se ne va con l’acqua. Il formato più efficace in assoluto rimane lo spray o l’olio leave-in da applicare dopo l’asciugatura, come ultimo step prima di uscire.

La cosa che nessun prodotto può fare: la protezione meccanica

Con tutta l’attenzione che meritano i filtri UV e la cheratina idrolizzata, c’è una forma di protezione che batte qualsiasi formula: il cappello. Non è un consiglio banale è fisiologia. Un cappello a tesa larga blocca fisicamente le radiazioni solari dirette, proteggendo sia il cuoio capelluto (che è pelle, con tutti i rischi di fotoaging e melanoma che questo comporta) che le lunghezze. I prodotti fotoprotettivi per capelli lavorano come rinforzo a questa barriera meccanica, non in sua sostituzione. Nei mesi estivi, combinare i due approcci è la strategia più intelligente e quella con le basi scientifiche più solide.

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