In un’epoca segnata da fratture, conflitti e distanze sempre più evidenti, l’arte può ancora farsi luogo di connessione. È da questo principio che parte e prende forma Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind, la mostra personale che dal 14 febbraio al 30 agosto 2026 anima gli spazi del MudaC | museo delle arti di Carrara, trasformando il marmo in una potente metafora delle relazioni umane, della memoria e della resilienza.

Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind

Protagonista dell’esposizione è Mikayel Ohanjanyan, artista armeno formatosi tra l’Armenia e l’Italia, la cui ricerca recente ruota attorno al concetto di legame come matrice esistenziale, storica e universale. La mostra, curata da Christopher Atamian e Tamar Hovsepian di Atamian Hovsepian Curatorial Practice (New York), si articola attorno a un’unica, imponente installazione, dal titolo Legami: Ties That Bind, composta da cinque sculture in marmo, pensate come parti inseparabili di un solo organismo.

Un dialogo geografico e culturale

Le opere sono state concepite e realizzate appositamente per Carrara, città che oggi ospita il nuovo studio dell’artista e che è simbolicamente gemellata con Yerevan, sua città natale. Un dialogo geografico e culturale che si riflette nella scelta del marmo statuario bianco, materiale identitario del territorio, qui trasformato in veicolo di memoria, tensione e relazione. Non è un caso che il lavoro di Mikayel Ohanjanyan trovi spazio al mudaC, istituzione che accoglie artisti di rilievo internazionale come Jannis Kounellis, Lynn Russell Chadwick e David Tremlett.

Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind

L’installazione Legami: Ties That Bind colpisce immediatamente per il suo impatto spaziale. Ogni scultura è composta da due blocchi informi, apparentemente incompatibili, stretti insieme da cavi in acciaio inox che attraversano e incidono profondamente la pietra. Le dimensioni variano: si passa da elementi monumentali, che superano i due metri di lunghezza, a forme più contenute e raccolte. In tutti i casi, ciò che emerge è una tensione evidente, fisica e simbolica allo stesso tempo. I cavi non decorano, ma feriscono e tengono insieme; comprimono e, al contempo, rendono possibile l’unità.
Mikayel Ohanjanyan, Legami Ties that Bind, 2025, marmo statuario bianco di Carrara, Cavi d’acciaio inox, 121x210x90 cm, ph. Nicola Gnesi.

I legami come vincoli e possibilità

È proprio in questa ambivalenza che si annida il senso del lavoro di Mikayel Ohanjanyan. I legami, per l’artista, non sono mai neutri: sono vincoli, ma anche possibilitàferite, ma anche strumenti di sopravvivenza. Le forme restano incomplete, non si fondono mai davvero, eppure l’atto di unirle diventa un gesto necessario, quasi utopico, che allude al tentativo di recuperare una memoria collettiva frammentata e di immaginare un futuro condiviso in un presente segnato da fratture e contrasti.

Mikayel Ohanjanyan: un linguaggio radicato e allo stesso tempo universale

Come sottolineano i curatori, il linguaggio di Ohanjanyan è “profondamente radicato e allo stesso tempo universale”. Nasce da una storia personale e culturale precisa, ma si apre a interrogativi che riguardano l’intera esperienza umana. Le sue sculture traducono concetti astratti – identità, tempo, appartenenza, resilienza – in metafore materiali capaci di parlare al corpo prima ancora che allo sguardo.

Meditazione poetica e rigorosa

Promossa dal Comune di Carrara e prodotta dal mudaC | museo delle arti Carrara, la mostra è realizzata con il contributo di AGBU Armenian General Benevolent Union e di Patrick Bahadourian, e con la sponsorizzazione tecnica di Kooling e Tenax SpA. Ma al di là dei sostegni istituzionali, “Legami: Ties That Bind” si impone come una meditazione poetica e rigorosa sulle strutture invisibili che tengono insieme il mondo.

un equilibrio fragile e necessario

Nel confronto silenzioso tra marmo e acciaio, tra peso e tensione, le opere di Ohanjanyan sembrano suggerire una possibile riconciliazione tra forze opposte. Non una soluzione definitiva, ma un equilibrio fragile e necessario, che invita a interrogarsi su ciò che ci unisce agli altri, alla storia e al tempo. In questo spazio di resistenza e connessione, il marmo di Carrara diventa così il luogo ideale per riflettere, ancora una volta, sulla condizione umana.