C’è un piccolo esercizio che vale la pena fare entrando in una qualsiasi profumeria. Restate ferme sull’ingresso, guardate il primo metro di scaffale di fronte a voi, e contate quanti prodotti contengono almeno una sfumatura di rosa nel packaging. Iniziate dai blush. Poi i lipgloss. Poi i fondotinta, i sieri (sì, anche quelli, hanno il flacone rosa). Poi i profumi, quelli nuovi, soprattutto, quelli che si presentano come fragranze giocose per ragazze contemporanee. Poi le creme idratanti, alcune delle quali incredibile ma vero, hanno deciso che il vasetto bianco di trent’anni di tradizione cosmetica non basta più, e va impreziosito da una sfumatura color malva. Se uscite dalla profumeria avendo contato meno di sessanta prodotti rosa, è probabile che la profumeria sia chiusa o che vi siate distratte. Il rosa, nel beauty del 2026, non è più solo un trend. È un’occupazione militare, una presenza costante che ancora ha molto da dire.
La cosa interessante non è che il rosa stia tornando, è già tornato decine di volte negli ultimi cinquant’anni, ed è ciclicamente lì da qualche parte. La cosa interessante è il modo in cui sta tornando questa volta. Per la prima volta dopo decenni, non è il rosa del marketing per bambine. Non è il rosa zuccheroso, non è nemmeno il fucsia di plastica delle bambole. È un rosa che le donne adulte hanno deciso di rivendicare a uso proprio, e che ha una serie di sfumature precise che vale la pena conoscere se ci troveremo nella necessità di starci dentro per i prossimi diciotto mesi. Eccoli qui:
Come ci siamo arrivate (e perché ci siamo cascate)
Una breve cronostoria, perché serve. La storia del rosa contemporaneo comincia formalmente nel 2022, ed è una storia che ha un solo nome di battesimo: Barbiecore. Il termine fu coniato per indicare un’estetica ispirata alla bambola Barbie, fatta di rosa carichi, silhouette giocose, dettagli glamour, e una femminilità apertamente esibita. A imprimere ufficialmente l’avvio del trend fu la sfilata Autunno/Inverno 2022 di una storica maison italiana di alta moda Valentino, sotto la direzione creativa di Pierpaolo Piccioli: un’intera collezione costruita su una sola tonalità di rosa, sviluppata appositamente da Pantone come colore esclusivo per quella stagione. Poco dopo, le foto trapelate dal set del film Barbie di Greta Gerwig con Margot Robbie in completi monocromi rosa shocking hanno mandato il colore in trending topic per settimane. A quel punto era fatta: il rosa era ufficialmente il colore di un’estate, di un anno, e poi di tre.
I numeri della prima ondata sono stati eloquenti. La piattaforma Lyst, nel suo report sulle tendenze dell’anno, aveva eletto Barbiecore top trend del 2022, con il picco di interesse a giugno 2022 (le prime foto dal set Barbie aumentarono del 416% le ricerche per “vestiti rosa”). Su TikTok, a gennaio 2024, l’hashtag #barbiecore aveva accumulato oltre 1,5 miliardi di visualizzazioni. Non sono cifre da trend. Sono cifre da fenomeno antropologico.
Poi, com’è giusto, è arrivata la fase due. Nel 2025-2026 il Barbiecore ha cambiato pelle, da spettacolare a indossabile, e la stampa di settore ha cominciato a chiamarlo Barbiecore 2.0. La caratteristica principale: spostamento dal fucsia carico al rosa polvere, al blush, al buttery pink, al malva. Era inevitabile che accadesse nessun colore può sostenere quattro anni di esposizione al pubblico ai livelli di intensità del 2022 e il risultato è il rosa attuale, più discreto e più colto. Quello che stiamo vedendo oggi sui blush, sui rossetti, sugli ombretti, sulle confezioni, è il Barbiecore evoluto: un rosa che sa di crescere, che è passato dal mondo della festa di compleanno bambole-themed al mondo dell’ufficio, della cena con gli amici, della passeggiata al parco con il figlio. È, in breve, il rosa di cui ci serviva una versione adulta. E ci siamo arrivate.
Le cinque famiglie di rosa che vale la pena distinguere
Detto che il rosa è ovunque, non è tutto lo stesso rosa, e qui sta una parte del piacere di capirlo. Ci sono almeno cinque tonalità che il beauty 2026 sta usando in modo specifico, e ognuna porta con sé un piccolo messaggio.
Il rosa malva, il primo dei rosa adulti, è quello che si trova soprattutto sui rossetti e sulle ombretti. È un rosa con dentro una piccola goccia di viola, che lo rende meno zuccheroso e più sofisticato. Funziona molto bene sotto la pelle europea media, perché si abbina anche con la luce italiana. È il rosa che porteremmo per una cena di lavoro: si nota, ma non urla.
Il rosa peach letteralmente, “pesca” è il preferito dei blush della stagione. È più caldo del malva, più solare, con dentro una sfumatura di arancione. Sta benissimo sotto la pelle abbronzata di luglio. Dà al viso un’aria di chi ha passato il weekend al mare, anche se in realtà ci si è solo addormentate sul divano davanti a una serie.
Il rosa polvere quel rosa molto sbiadito, quasi un beige rosato è quello che il beauty sta usando per il packaging. È elegante, neutro, perfetto per occupare un intero scaffale senza stancare l’occhio. Strutturalmente è meno un colore e più un’atmosfera. Quasi tutti i lanci skincare premium del 2026 hanno almeno un prodotto in flacone polvere-rosa.
Il rosa prugna quello che vediamo molto sui rossetti opachi è la versione più scura della famiglia, con quella nota di freddezza che gli viene dal viola. È il rosa che la generazione X sceglie quando vuole sentirsi un po’ anni Novanta. È anche, come abbiamo notato la settimana scorsa parlando del Tired Girl Makeup, una delle tonalità preferite di chi vuole apparire deliberatamente stanca-ma-chic.
Il fucsia carico, il rosa shocking dei primi anni Duemila è la tonalità che il 2026 sta lentamente abbandonando. Sopravvive nelle eyeliner in edizione limitata e nelle palette dei marchi più audaci, ma non è più il rosa-presidente. Il suo ciclo di esposizione si è chiuso. Lo rivedremo, probabilmente, nei prossimi due anni.
La domanda che vale la pena farsi: perché ci tocca così tanto
Stabilito tutto questo, vale la pena fermarsi e chiedersi una cosa apparentemente banale: perché ci interessa così tanto un colore? Perché parliamo di rosa, e lo facciamo con un coinvolgimento che sembra esagerato rispetto a quello che fondamentalmente è un colore tra gli altri, una lunghezza d’onda del visibile che cade tra il rosso e il bianco? La risposta, come spesso accade, non sta nel colore. Sta nella nostra storia con quel colore.
L’associazione tra rosa e femminilità, ci tengo a dirvelo perché è una di quelle cose che fa effetto saperlo, è storicamente recente e culturalmente costruita. Fino al primo Novecento, in molte tradizioni europee, il rosa era considerato un colore maschile derivato del rosso, era visto come una versione più gentile del rosso “guerriero” mentre l’azzurro era femminile, in associazione con il manto della Vergine Maria. L’inversione moderna è avvenuta nella prima metà del Novecento e si è cementata, soprattutto negli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra. Il marchio che ha fatto di più per consolidare l’equazione “rosa = femminile = infantile” è stato, negli anni Settanta, quello della bambola più famosa al mondo: nel 1970 cambiò strategia di marketing e cominciò a usare il rosa come colore identitario per le sue confezioni e i suoi accessori ( TIME Barbiecore History, intervista a Tanya Lee Stone, autrice di The Good, The Bad, and the Barbie). Da quel momento, generazioni di bambine hanno cominciato a pensare al rosa come al “loro” colore non perché lo fosse, ma perché l’industria lo aveva deciso. Le femministe degli anni Settanta e Ottanta, comprensibilmente, hanno passato decenni a combattere quell’identificazione: il rosa era diventato la prigione cromatica della bambina, e per affermarsi come donne adulte molte hanno scelto di rifiutarlo programmaticamente.
«Il rosa non è mai stato “il colore delle donne”. È stato il colore che gli uomini delle agenzie pubblicitarie hanno deciso, negli anni Settanta, di vendere alle bambine. Riappropriarsene oggi è un atto piccolo ma non insignificante.»
Quello che sta succedendo nel beauty 2026, e nella cultura visiva contemporanea più in generale, è qualcosa di interessante e ambivalente al tempo stesso. Le donne adulte stanno scegliendo di riappropriarsi del rosa, sì, ma lo stanno facendo in modo critico, con cognizione di causa, scegliendo le tonalità, decidendo dove metterle e dove no. Non è più una passività (“mi piace il rosa perché mi è sempre piaciuto, da bambina“), è una scelta attiva (“scelgo questo rosa perché mi piace come sta su di me oggi“). È, sotto le apparenze leggere, una piccola rivoluzione di posizione: prendersi indietro qualcosa che ci era stato dato per metterci in scatola, e usarlo a piacere proprio. La differenza tra essere il pubblico di destinazione di un colore e essere chi sceglie quel colore è la stessa che passa tra essere un oggetto e essere un soggetto. Ed è esattamente quella che stiamo facendo.
Quello che il rosa di oggi ci dice di noi
Sotto la conversazione cromatica, c’è una conversazione culturale più grande che vale la pena nominare. Il rosa del 2026, soprattutto nella versione 2.0, quella adulta, è anche il colore della “girlhood” come categoria culturale, ovvero l’idea che la femminilità non sia qualcosa che si raggiunge crescendo, ma uno spazio interiore che le donne adulte hanno il diritto di tenere intatto. La cultura post-Barbie, post-pandemia, post-#MeToo ha rivalutato il “bambinesco” come potenzialmente non infantilizzante: tornare alla propria infanzia in modo critico senza farsi infantilizzare dagli altri ma scegliendo di rievocare la propria leggerezza, è uno dei modi in cui molte di noi, oggi, scelgono di resistere a un mondo che ci vuole permanentemente serie, professionali, produttive.
È, anche, una posizione ambigua. Alcune voci della critica femminista contemporanea hanno fatto notare che la riappropriazione del rosa è una rivoluzione di superficie, che può mascherare la stagnazione di battaglie più grandi (la pay gap, la violenza di genere, l’accesso ai diritti). Hanno anche ragione, e vale la pena tenerlo in mente. Il rosa non è una rivoluzione politica e nessuno ha mai detto il contrario. È, però, una piccola riconquista di sovranità sull’estetica del proprio corpo, ed è meglio del niente. Le donne che cinquant’anni fa rifiutarono il rosa per affermarsi come uguali agli uomini avevano ragione, allora. Le donne che oggi lo rivendicano per affermarsi come diverse-ma-libere stanno aprendo un altro fronte. Sono due strategie compatibili. Possiamo tenercele entrambe.
Come portarlo, in pratica, senza esagerare
Una volta riconosciuto il fenomeno, vale la pena qualche consiglio pratico per chi vuole entrarci con misura. Tre cose, e poi siamo a posto.
La prima: scegliere una sola declinazione di rosa per look. Non tre, non cinque. Una. Il segreto del rosa adulto è la concentrazione, non la dispersione. Se mettiamo il blush rosa peach, la cosa intelligente è abbinarci un rossetto in tonalità neutra o appena rosata, non un altro rosa diverso. Il cosiddetto look monochrome in rosa ovvero stesso rosa su occhi, guance, labbra, funziona solo se la tonalità è la stessa, identica, ripetuta. Diverse sfumature di rosa nello stesso viso sono il modo più sicuro per ottenere un effetto bambolesco non voluto.
La seconda: il rosa funziona meglio su una pelle ben curata. È una verità che vale per ogni colore, ma con il rosa è particolarmente evidente. Il rosa accenderà di luce la pelle che già è in salute, e amplificherà invece le imperfezioni di una pelle stanca. Non è il rosa che cura. È la pelle che permette al rosa di brillare. Un buon idratante e una buona protezione solare valgono più di un blush da quaranta euro.
La terza: il rosa più sicuro è quello che sembra il vostro. Cioè quello più vicino al colore naturale delle vostre labbra e delle vostre guance dopo una bella giornata. È un test infallibile: se la tonalità riproduce qualcosa che il vostro viso già sa fare quando state bene, il rosa funzionerà. Se invece la tonalità è completamente estranea al vostro incarnato, anche il rosa più costoso e di moda vi farà sembrare camuffate.
Cosa vale la pena tenere a mente
Primo: il rosa è un trend, ma il rosa è anche per sempre. Non scomparirà dopo l’autunno. Si trasformerà, si attenuerà, lascerà spazio al bordeaux per la stagione fredda, e poi tornerà in primavera. Sapere riconoscerlo, declinarlo, usarlo bene è un piccolo investimento di lungo periodo, non un trend di tre mesi. Investire in due o tre tonalità di rosa che funzionano sul nostro incarnato è meglio che inseguire l’ultima novità di stagione.
Secondo: il rosa non è obbligatorio. Va detto. Per quanto siamo circondate da rosa fino al collo, esistono donne, molte donne, a cui il rosa non sta, non piace, o semplicemente non è interessate. È legittimo, ed è importante ricordarlo. Una redazione beauty che dichiara “il rosa è il colore del 2026” non sta dando un ordine. Sta osservando un fenomeno. Restarne fuori, indossando il rosso, il marrone, il nude, il verde o qualunque altra cosa, non è una bestemmia. È, in fondo, un’altra forma di sovranità.
Terzo, e il più importante: il rosa del 2026 è una piccola, microscopica, deliziosa forma di leggerezza in un’epoca seria. È difficile vivere oggi senza ammettere che le notizie sono pesanti, l’economia è incerta, il mondo politico è inquietante, il clima è in subbuglio. In mezzo a tutto questo, mettersi un blush peach all’alba prima di affrontare la giornata non risolve nessuno dei problemi del mondo. Ma fa partire la giornata con un piccolo gesto di gentilezza verso se stesse. E quel gesto, alla fine, è probabilmente il vero motivo per cui questo colore ci sta conquistando. Non per quello che è, ma per quello che permette: piccoli atti di cura disinteressata, dieci minuti la mattina solo per noi, una traccia di rosa sulle labbra come segnale che, qualunque cosa accada poi, questa è una persona che si è ricordata di prendersi cura di sé. Non è niente. È molto. È esattamente quello che il rosa, oggi, sta sussurrandoci all’orecchio.