A ottobre ci viene voglia di avere paura. È più forte di noi: tornano i film dell’orrore, i podcast sui delitti irrisolti, le case infestate a pagamento e Halloween ormai lo aspettano gli adulti più dei bambini. La cosa buffa è che la paura, in teoria, dovrebbe farci scappare, non divertire. Serve ad avvertirci di un pericolo, non a riempire una serata. Eppure ce la andiamo a cercare, e da qualche anno la scienza ha cominciato a capire il perché. La risposta, a sorpresa, parla più di noi che dei mostri.
Il brivido, questione di sicurezza
Il trucco sta tutto in una parola: sicurezza. Davanti a una casa stregata il corpo parte in quarta, cuore a mille e muscoli tesi, pronto alla fuga. Una parte della testa, però, sa benissimo che siamo sul divano e che dallo schermo non uscirà nessuno. È in quello scarto che la paura diventa piacere: ci prendiamo la scarica dell’allarme con la certezza che non ci toccherà niente, e quando la tensione si scioglie arriva il sollievo, spesso con una risata. Tutta un’altra storia rispetto alla paura vera, quella che ti inchioda da sola al buio, quando non capisci se quel rumore è il vento o qualcos’altro.
La zona giusta della paura
Che esista una dose perfetta lo ha misurato uno studio parecchio originale. Nel 2020 un gruppo di ricercatori danesi, all’università di Aarhus, ha seguito centodieci visitatori di una casa degli orrori, controllandone il battito e chiedendo a caldo quanto si stessero spaventando e quanto divertendo. Il verdetto è netto: chi restava indifferente si annoiava, chi veniva terrorizzato troppo smetteva di godersela. Il piacere stava nel mezzo, in quella zona giusta dove la paura basta a farti sobbalzare ma non a rovinarti la serata. Le montagne russe, in versione fantasma.
La curiosità morbosa, cioè noi
Sotto c’è un istinto più antico, che lo psicologo Coltan Scrivner studia da anni e ha chiamato curiosità morbosa: l’attrazione, magari inconfessata, per tutto ciò che spaventa, la morte, la violenza, le catastrofi. Non è una stortura, è un tratto umano utilissimo. Già le fiabe, piene di lupi e di orchi, ci addestrano da piccoli a riconoscere i pericoli senza correrli. L’horror fa lo stesso da grandi: ci lascia affacciare sul buio con il telecomando in mano, liberi di mettere in pausa, chiudere gli occhi, alzarci e accendere la luce appena ne abbiamo abbastanza.
Spaventarsi fa bene, davvero
E qui arriva il bello, perché tutta questa paura può perfino farci stare meglio. Scrivner descrive l’orrore come una via di fuga per l’ansia: una mente in allarme si aggrappa volentieri a un pericolo preciso, un killer, un fantasma, invece che ai pensieri vaghi e senza fondo della vita vera. Poi il film finisce, e il corpo si lascia andare. C’è anche un allenamento, niente male: imparare a salire e scendere lungo la scala della paura, al riparo, insegna a governare le emozioni anche fuori, nei rapporti e sul lavoro. E se date per scontato che chi ama l’horror sia un po’ insensibile, le ricerche di Scrivner, fatte in decine di Paesi, dicono l’opposto. Gli appassionati sono empatici quanto gli altri, a volte di più. Per avere davvero paura per la vittima, in fondo, bisogna sapersi mettere nei suoi panni.
Perché proprio adesso
Resta una domanda: perché proprio adesso? Perché la spooky season è diventata enorme, con l’Halloween degli adulti che si gonfia ogni anno e l’horror che si prende classifiche e perfino le ricerche di costume? Una parte è stagione pura, il buio che arriva presto, il freddo, la voglia di casa e di calore, con la paura condivisa che diventa un modo rassicurante di stare insieme. L’altra parte è più sottile. Di questi tempi l’ansia ha fin troppi appigli concreti, dal lavoro alle bollette, e chiuderla tutta dentro un mostro di cartapesta, per un paio d’ore, finisce per rassicurare. È l’unica paura che possiamo accendere e spegnere a piacere.
Ecco, in fondo, il paradosso della spooky season. Ci spaventiamo apposta, e non per masochismo. Sotto la maschera cerchiamo il rovescio della paura: la sensazione di essere vivi, insieme e al sicuro. Il brivido è soltanto la strada più divertente per arrivarci.
MaZ