Il partner ideale, a quanto pare, esiste. Ricorda tutto quello che gli dici, ti manda il buongiorno, non guarda il telefono mentre parli e alle tre di notte è sveglio e di ottimo umore. C’è un solo dettaglio: non è una persona. Nel 2026 le app che potremmo definire di ‘compagnia artificiale’ contano ormai decine di milioni di utenti, e una parte crescente di loro non cerca una semplice compagnia, ma qualcuno da amare. Sempre più spesso, quel qualcuno è un fidanzato che vive dentro uno schermo. Vi ricordate il film Her con con protagonista Joaquin Phoenix? Ecco, ci siamo arrivati.

Un fenomeno da cinquanta milioni di persone

I numeri hanno smesso da un pezzo di essere roba di nicchia. Character.AI, una delle piattaforme di intelligenza artificiale più avanzate per la simulazione di interazioni umane, conta una ventina di milioni di utenti attivi, più della metà sotto i ventiquattro anni. Replika, la veterana del settore, ne rivendica decine di milioni. Negli Stati Uniti quasi un adulto su cinque ha già chattato con un partner virtuale, e tra gli adolescenti la quota fa impressione. Per anni la cosa si è liquidata come faccenda da uomini soli, e in effetti il pubblico resta a maggioranza maschile. La sorpresa è un’altra: la fetta femminile è quella che cresce più in fretta, salita da poco più del quindici per cento del 2022 a circa un terzo di oggi. L’AI boyfriend, insomma, ha smesso di essere un’eccezione. (Fonte: U.S. Surgeon General)

Perché ci si casca ( e ci si rimane intrappolati)

Prima di sorridere, conviene guardare il contesto. Negli Stati Uniti la solitudine è stata definita dagli esperti un’emergenza sanitaria, paragonando l’isolamento sociale al fumare quindici sigarette al giorno. In trent’anni il numero medio di amici stretti è sceso da circa tre a meno di due. In un mondo così, un interlocutore disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, che non giudica, non si offende e non disdice all’ultimo, un suo perché ce l’ha. E la parte spiazzante è che, almeno un po’, funziona. Una ricerca pubblicata sul Journal of Consumer Research ha rilevato che questi compagni riducono il senso di solitudine più o meno quanto una conversazione con una persona vera, perché regalano la sensazione di essere ascoltati. E il conforto è autentico, per quanto lo eroghi qualcuno o meglio qualcosa che non prova niente ma è solo un computer.

Il problema del partner perfetto

Qui comincia la parte scomoda. Un fidanzato che esiste solo per te, che ti dà sempre ragione e non ha bisogni suoi, è per definizione un partner senza attrito. Comodissimo, e proprio per questo un pessimo allenamento alla vita reale, dove le persone contraddicono, deludono e ogni tanto hanno la giornata no. Diversi studiosi lo dicono senza giri di parole: più ci si sente sostenuti dall’intelligenza artificiale, meno ci si sente sostenuti dagli amici e dalla famiglia in carne e ossa. L’AI non ruba tempo agli altri, li rende soltanto più faticosi da frequentare. E c’è un dato che si nomina di rado: circa un utente su cinque ha già un partner umano e usa comunque un compagno digitale, al punto che qualche terapeuta ha iniziato a parlare di una terza presenza dentro le coppie.

L’altro lato (oscuro) della medaglia

Le stesse app che vendono affetto vendono anche altro: i tuoi dati. Le analisi indipendenti mostrano che gran parte delle principali piattaforme traccia gli utenti, e parecchio. Del resto il modello di business è quasi perfetto: più ti affezioni, più resti, più paghi. Poi c’è il capitolo più doloroso, quello dei minori. Character.AI è finita al centro di cause legali dopo la morte di un ragazzo di quattordici anni e ha dovuto introdurre filtri e sistemi di allerta. Il rischio, con un confidente che non è mai davvero un adulto responsabile, è che finisca per assecondare anche ciò che andrebbe fermato.

Sarebbe facile, e un po’ pigro, chiudere con l’allarme sull’apocalisse dei sentimenti. La verità è più scomoda. L’AI boyfriend non è la malattia, è il sintomo: l’abbiamo inventato perché avevamo già costruito un mondo in cui è più semplice parlare con una macchina che con il vicino di pianerottolo. La domanda vera non è se l’algoritmo ci ami, perché non può. Quella interessante riguarda noi: perché ci stiamo accontentando di essere ascoltati senza essere davvero conosciuti. Un’app può alleggerire una brutta giornata, e usarla per questo va benissimo. Ma se prende il posto delle persone invece di avvicinarci a loro, forse la conversazione più urgente è quella da avere con qualcuno che respira, che ci può contraddire, ci può far arrabbiare, emozionare, piangere. Se non altro per ricordarci che l’imperfezione è il prezzo e insieme il senso di ogni legame.

MaZ

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