Che cosa prova un albero nel secondo in cui cade? La domanda suona ingenua, quasi infantile, eppure è il cuore pulsante di Holy Wood Dust, il film con cui Victor Kossakovsky arriva nelle sale italiane come evento speciale il 23, 24 e 25 novembre. Presentato in anteprima mondiale alla Mostra di Venezia, nella sezione Open fuori concorso, il documentario prende quell’interrogativo alla lettera e lo trasforma in un viaggio sensoriale dentro la vita delle piante, costruito a quattro mani con Stefano Mancuso, tra i botanici più noti e ascoltati del momento. Il risultato è un’opera che chiede allo spettatore una cosa semplice e spiazzante: provare a mettersi, per un’ora e mezza, dalla parte degli alberi.

La domanda al centro di tutto

Kossakovsky non è un regista qualsiasi, e il suo nome dice molto sul tipo di film che è Holy Wood Dust. Due volte nella shortlist degli Oscar, il cineasta russo ha costruito negli ultimi anni una sorta di trilogia degli elementi: l’acqua di Aquarela, gli animali di Gunda, la pietra di Architecton. Ogni volta lo stesso metodo, cioè togliere la parola all’uomo e darla a ciò che di solito resta sullo sfondo. Con gli alberi chiude il cerchio, e lo fa con il suo linguaggio più riconoscibile, fatto di immagini ampie, dettagli microscopici e un uso del suono così centrale da diventare quasi personaggio.

La scommessa del film sta tutta in quell’istante sospeso dopo il taglio. Il secondo in cui un albero smette di essere un essere vivente e diventa legna, materiale, cosa. Kossakovsky lo filma, lo dilata, lo riempie di suono, e intorno a quel momento costruisce una riflessione sul confine, labile più di quanto crediamo, tra ciò che consideriamo vivo e ciò che trattiamo come inerte. Non è un film didattico nel senso classico, anche se Mancuso, che la sceneggiatura l’ha firmata con lui, compare a tratti come una guida, con la leggerezza di chi spiega la fotosintesi a una classe di bambini durante una passeggiata nel bosco.

Mancuso e le piante che “sentono”

Per capire da dove nasce questo sguardo bisogna conoscere l’idea che lo alimenta. Mancuso è tra i pionieri di quella che ha chiamato neurobiologia vegetale, un campo di studi che attribuisce alle piante capacità a lungo ignorate: comunicare tra loro, percepire l’ambiente, memorizzare, perfino prendere decisioni collettive. Nei suoi libri, da “Verde brillante” a “La nazione delle piante“, ribalta la gerarchia che mette l’uomo in cima al creato e restituisce agli organismi vegetali la dignità di soggetti, non di comparse. È una visione potente e volutamente provocatoria, che una parte della comunità scientifica accoglie con entusiasmo e un’altra giudica con prudenza, perché parlare di “intelligenza” o di “sentimenti” delle piante significa forzare parole nate per descrivere noi.

Il film sposa questa prospettiva senza troppe mediazioni, e proprio qui sta la sua forza. Kossakovsky dichiara di sperare che il pubblico arrivi a riconoscere che “alberi e piante hanno lo stesso diritto di esistere degli esseri umani“, e che il vero progresso consista nel “sviluppare empatia nei confronti del mondo naturale“. Mancuso, dal canto suo, condisce il racconto con le sue battute diventate celebri, come l’idea che saremmo tutti più felici se solo sapessimo fare la fotosintesi. Sono affermazioni che affascinano e fanno discutere, ed è esattamente l’effetto che cercano.

Uno sguardo che sta cambiando

Il motivo per cui un film così trova pubblico adesso ha a che fare con qualcosa di più vasto di una singola pellicola. Negli ultimi anni il nostro modo di guardare la natura si è spostato. Si parla sempre più spesso di diritti riconosciuti a fiumi, foreste ed ecosistemi, i documentari sul pianeta riempiono le piattaforme, e perfino nel linguaggio quotidiano gli alberi hanno smesso di essere soltanto arredo urbano per diventare presenze di cui prendersi cura. Holy Wood Dust intercetta questa sensibilità e la porta all’estremo: provare empatia per un cucciolo o per un panorama è facile, per una quercia molto meno. Una sequenza, in particolare, racconta bene il cortocircuito. Il film segue le migliaia di abeti di Natale dismessi dopo le feste, ammassati e privati di ogni individualità, ridotti da simbolo luminoso a scarto. Alcuni finiscono come giochi per gli animali di uno zoo. In quelle immagini si misura tutta la distanza tra come celebriamo la natura e come la consumiamo, e si capisce perché il regista insista tanto su quell’istante del taglio: è lì che decidiamo, ogni giorno e senza pensarci, cosa merita la nostra attenzione e cosa no.

Come è stato accolto il film all’estero

La stampa internazionale che lo ha visto a Venezia ne ha lodato la magnificenza visiva e la maestria tecnica, segnalando però una certa tendenza a calcare la mano, con una colonna sonora enfatica e un tono a tratti troppo solenne, lontano dalla grazia più trattenuta dei lavori precedenti del regista. È un appunto legittimo. Eppure, anche nei suoi eccessi, il film lascia addosso qualcosa che fa fatica ad andarsene: la sensazione di aver guardato, per una volta, dalla parte sbagliata della sega. Resta una domanda, più che una tesi. La prossima volta che passeremo accanto a un albero, come quello davanti al quale Dostoevskij non capiva come si potesse non provare gioia, forse lo guarderemo per un secondo in più. Se è questo che un film riesce a fare, allora ha già vinto la sua scommessa, al di là di ogni giudizio sui titoli di coda.

MaZ