Ci sono giornate mondiali, e giornate mondiali. Quelle che capitano nel periodo giusto, e quelle che cadono nel deserto comunicativo di un giorno qualunque. La Giornata Mondiale contro il lavoro minorile, che il 12 giugno arriva alla sua ventiquattresima edizione, ha avuto sempre il problema opposto: cade nel mezzo della cosa più rumorosa del calendario. Nei Mondiali di calcio. Anno dopo anno, da quando l’Organizzazione Internazionale del Lavoro l’ha istituita nel 2002, il 12 giugno si è ritrovato a competere con titoli, gol, polemiche su rigori non fischiati. Sembrava una sfortuna calendariale. Quest’anno, qualcuno ha deciso di trasformarla in opportunità.

Il tema scelto dall’ILO per il 2026 si chiama Red Card to Child Labour: Fair Play for Children, Decent Work for Adults cartellino rosso al lavoro minorile, gioco leale per i bambini, lavoro dignitoso per gli adulti. È un titolo di marketing politico nel senso più nobile del termine: una mossa che capisce di non poter battere il Mondiale per attenzione mediatica, e quindi sceglie di parlarne la stessa lingua. Cartellino rosso, fair play, decent work: tre espressioni che chiunque abbia mai guardato una partita di calcio riconosce immediatamente. La Giornata che per ventitré anni aveva tentato di farsi notare ne tra le bandiere e i cori, quest’anno è scesa in campo travestita da partita. È una forma di intelligenza politica che merita di essere notata. Soprattutto perché, sotto la superficie ludica del messaggio, ci sono numeri che dovrebbero impedirci di dormire la notte.

I numeri del mondo

Cominciamo dalla scala globale. Il rapporto più recente Child Labour: Global estimates 2024, trends and the road forward, pubblicato congiuntamente da ILO e UNICEF l’11 giugno 2025, alla vigilia della Giornata dello scorso anno restituisce un quadro doppio: una buona notizia e una pessima.

La buona: il numero di bambini lavoratori nel mondo è sceso a 138 milioni nel 2024, oltre 22 milioni in meno rispetto al 2020. È un’inversione di tendenza notevole, perché tra il 2016 e il 2020 il fenomeno era cresciuto per la prima volta in vent’anni, complice la pandemia. Dal 2000 a oggi, il lavoro minorile globale è quasi dimezzato, da 246 a 138 milioni.

La pessima: 138 milioni resta una cifra che corrisponde a quasi l’8% della popolazione infantile mondiale. Tradotto: un bambino su dodici, nel pianeta, lavora invece di andare a scuola. Di questi, 54 milioni sono coinvolti in lavori considerati pericolosi per la loro salute, sicurezza o sviluppo morale. La distribuzione geografica è impietosa: 87 milioni, quasi due terzi del totale, vivono nell’Africa Sub-Sahariana, dove il fenomeno è sostenuto da povertà strutturale, conflitti armati e sistemi di protezione sociale fragili.

C’è poi un dato che il rapporto ILO/UNICEF aggiunge per onestà metodologica e che vale la pena tenere a mente: le stime contengono una sottostima sistemica delle bambine. Le ragazze lavoratrici nel mondo risultano 59 milioni, contro 78 milioni di maschi, ma come precisa il rapporto stesso la definizione di “lavoro minorile” non include le faccende domestiche svolte all’interno della propria casa. Cioè quel lavoro invisibile pulire, cucinare, accudire fratelli che è spesso un’incombenza femminile, che spesso impedisce alle bambine di andare a scuola, e che non entra mai nelle statistiche perché si svolge nello spazio che la nostra cultura ancora considera “non-lavoro”. Tradotto: le bambine sono probabilmente molte di più di quelle che il rapporto riesce a contare.

Lavoro minorile nel mondo, in cifre
138 milioni di bambini tra 5 e 17 anni nel lavoro minorile (2024)
54 milioni in lavori pericolosi
78 milioni maschi, 59 milioni femmine (stime; le femmine sono sottostimate)
87 milioni in Africa Sub-Sahariana
→ Riduzione di oltre 22 milioni rispetto al 2020
→ Per arrivare a zero entro il 2030, il ritmo del calo dovrebbe accelerare di 11 volte
Fonte: rapporto congiunto ILO-UNICEF, giugno 2025

I numeri dell’Italia

Quando il discorso si sposta sull’Italia, scatta puntuale un riflesso collettivo: il lavoro minorile è “altrove”. Riguarda le miniere di cobalto in Congo, i campi di cotone in Uzbekistan, le piantagioni di cacao in Costa d’Avorio. Cose terribili che accadono lontane. È un riflesso comprensibile e completamente sbagliato. In Italia, secondo l’ultima ricerca di Save the Children Non è un gioco, condotta con la Fondazione Di Vittorio si stima che 336.000 minorenni tra i 7 e i 15 anni abbiano avuto esperienze di lavoro prima dell’età legale consentita. Sono quasi 1 minore su 15, il 6,8% della popolazione di riferimento. La percentuale cresce drammaticamente nella fascia 14-15 anni: 1 ragazzo su 5 ha lavorato prima dei 16, l’età minima fissata dalla legge italiana per l’accesso al lavoro.

I settori in cui questi minori lavorano restituiscono un’Italia molto familiare. Al primo posto la ristorazione (25,9%) quel cugino che fa il cameriere dello zio nel weekend, quella bambina che lava i bicchieri nella pizzeria del paese. Poi il commercio al dettaglio (16,2%), la campagna (9,1%), i cantieri (7,8%). Ma il dato più nuovo, e per questo più interessante, è il 5,7% di lavoro online: la realizzazione di contenuti per social network e videogiochi, il reselling di sneakers e smartphone, il commercio digitale di pods per sigarette elettroniche. Il lavoro minorile italiano del 2026 ha imparato a usare TikTok, Instagram, Telegram. Si è digitalizzato come tutto il resto del Paese, e per la stessa logica è diventato ancora più difficile da intercettare.

C’è poi un dato che fa il giro completo della questione. Tra gli adolescenti italiani tra i 15 e i 16 anni intervistati da Save the Children, il 43,7% dichiara di contribuire economicamente alla famiglia in qualche forma, e tra questi quasi metà ha cominciato prima dei 16 anni. Non si tratta quasi mai di sfruttamento brutale alla Dickens: nella maggior parte dei casi è quello che gli stessi ragazzi chiamano “aiutare in casa”, “non gravare sui genitori”, “fare la mia parte”. È un lavoro vissuto spesso con una certa dignità quasi orgoglio da parte di chi lo svolge. Ed è precisamente questo che lo rende così difficile da combattere. Non c’è quasi mai un cattivo da denunciare. C’è una famiglia in difficoltà economica, un ragazzino che vuole sentirsi utile e un Paese che ha smesso di accorgersi della differenza tra solidarietà familiare e lavoro infantile.

«In Italia, 336.000 minorenni tra i 7 e i 15 anni hanno fatto un’esperienza di lavoro prima dell’età legale. È un Paese intero invisibile: tutti gli abitanti di una città come Firenze.»

La scuola, che è poi il vero punto

Tutta la letteratura internazionale sul lavoro minorile arriva, prima o poi, allo stesso bivio: l’istruzione. Un bambino che lavora ha meno tempo per studiare, è più stanco quando va a scuola, è più probabile che abbandoni. Un bambino che abbandona la scuola è più probabile che cerchi lavoro precocemente per integrare il reddito familiare. È un circolo, e la pandemia l’ha stretto.

Save the Children stima che il 29,9% dei 14-15enni italiani che lavorano lo faccia anche durante i giorni di scuola, e che il 4,9% salti regolarmente le lezioni per lavorare. Il dato di contesto, però, contiene anche un’inattesa buona notizia italiana. Il tasso di dispersione scolastica nel nostro Paese, secondo l’ultima rilevazione Istat, è sceso all’8,2% nel 2025, contro il 14,2% del 2020. L’Italia, in altre parole, ha centrato con cinque anni d’anticipo l’obiettivo europeo dell’Agenda 2030, che fissava il target al 9% entro il 2030. La curva sta nella direzione giusta. Manca però il lavoro più difficile: quello sui margini, sulle bambine e i bambini che continuano a lavorare proprio perché la scuola, per loro, è già percepita come un’opzione tra altre.

L’architettura giuridica, in due convenzioni

Vale la pena ricordare brevemente che il quadro normativo internazionale esiste, ed è solido. Riposa su due pilastri ILO. Il primo è la Convenzione n. 138 del 1973 sull’età minima, che fissa a 15 anni l’età generale d’accesso al lavoro (con eccezione per i Paesi in via di sviluppo, ammessi a partire dai 14) e a 18 anni per i lavori pericolosi. Il secondo è la Convenzione n. 182 del 1999 sulle peggiori forme di lavoro minorile, che mette al bando schiavitù, prostituzione, attività illecite e lavori nocivi per i minori sotto i 18 anni. Quest’ultima ha raggiunto nel 2020 un primato storico: è diventata la prima convenzione ILO universalmente ratificata, cioè firmata da tutti i 187 Stati membri dell’organizzazione. L’Italia ha ratificato entrambe.

A queste si aggiunge l’articolo 32 della Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo del 1989, che riconosce il diritto del minore a essere protetto dallo sfruttamento economico e da qualsiasi lavoro che comprometta la sua istruzione, la sua salute o il suo sviluppo. Anche questa è universalmente ratificata, con la sola eccezione degli Stati Uniti.

Cioè: il problema non sta nelle leggi mancanti. Sta nell’applicazione, nella prevenzione, nel monitoraggio, nelle strategie di sviluppo che dovrebbero togliere alle famiglie la necessità di mandare i figli a lavorare. Lo dice esplicitamente anche il Marrakesh Framework, adottato alla 6ª Conferenza Globale sull’Eliminazione del Lavoro Minorile in Marocco, che proprio nel 2026 entra nella sua fase di attuazione e diventa il quadro operativo della campagna ILO di quest’anno.

La furbizia del cartellino rosso

Torniamo al titolo della campagna 2026, che merita di essere letto con attenzione perché contiene un’intuizione strategica importante. Red Card to Child Labour: Fair Play for Children, Decent Work for Adults. Cartellino rosso al lavoro minorile, e questa è la parte interessante lavoro dignitoso per gli adulti. La campagna ILO sta dicendo, con quattro parole, una cosa che la sociologia internazionale sostiene da decenni: il lavoro minorile non si combatte cercando i bambini che lavorano. Si combatte garantendo agli adulti salari sufficienti per non aver bisogno di mandare i figli a lavorare.

È una posizione politica chiara. È anche un richiamo, indirizzato implicitamente ai Paesi ricchi che si scandalizzano del lavoro infantile nelle filiere globali ma poi pagano poco i lavoratori adulti che producono per loro a basso costo. Le tre nazioni che ospitano i Mondiali, Stati Uniti, Canada, Messico, sono Paesi in cui il salario minimo dei lavoratori agricoli, dei lavoratori della logistica, dei lavoratori del comparto turistico, resta tema di dibattito politico. L’Italia non è messa molto diversamente. La domanda che la Giornata pone, sotto le sembianze rassicuranti del cartellino rosso, è quindi piuttosto scomoda: siamo davvero disposti a fare il primo passo serio contro il lavoro minorile, che è quello di pagare dignitosamente i lavoratori adulti?

Cosa fare, dal 13 giugno in poi

Le giornate mondiali hanno una caratteristica strutturale: il giorno dopo, finiscono. Per ventiquattr’ore i social si riempiono di hashtag, le ONG fanno il loro comunicato, qualche giornale dedica un pezzo, qualche politico fa una dichiarazione, e poi si torna a parlare d’altro fino al giugno successivo. Questo è il loro limite intrinseco. È anche, però, il loro paradossale punto di forza: per ventiquattr’ore, l’argomento esiste. Per ventiquattro ore, si può scegliere di guardarlo. È poco. È più di niente.

Per chi volesse approfondire seriamente, le risorse italiane affidabili sono poche e tutte note: Save the Children ItaliaUNICEF Italia, l’Istituto degli Innocenti di Firenze, il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza. Tutte pubblicano rapporti annuali liberamente scaricabili, in italiano, scritti in modo da essere comprensibili anche a chi non si occupa del tema professionalmente.

L’ultimo dato che vale la pena tenere in testa è questo: dal 2000 a oggi, il numero di bambini lavoratori nel mondo è diminuito di oltre 100 milioni. È la dimostrazione che quando istituzioni, organizzazioni internazionali e società civile lavorano insieme il fenomeno si riduce. Non si elimina, almeno non ancora, ma si riduce. Cento milioni di bambini, in venticinque anni, hanno smesso di lavorare per cominciare a studiare. È stata una vittoria silenziosa, costruita un Paese alla volta, un programma alla volta. È anche, probabilmente, la migliore ragione per non smettere di parlarne il 13 giugno.

MaZ

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