Facciamo un gioco. Immaginate le donne italiane quarantenni medie del 2026, non un caso singolo, non una vicina di casa, non voi: la media aritmetica di tutte le quarantenni italiane, così come emerge dai dati ISTAT più recenti. Non è una persona reale, ovviamente. Ma è un fantasma statistico piuttosto vivido, e vale la pena presentarvela come la presenterebbe una scheda sanitaria compilata bene. Ha quarant’anni, quindi è nata nel 1986. Nel 1986 in Italia si vendevano 1,2 milioni di dischi degli 883, andava in onda Domenica in con Pippo Baudo, il Muro di Berlino era ancora in piedi e alle sue coetanee, entrate quell’anno negli asili nido, veniva promessa una vita del genere: laurea, lavoro (spesso part-time), casa di proprietà, matrimonio, due figli, ferie a Sharm el-Sheikh, pensione a sessantacinque. Diciamo che il copione più o meno è stato questo per tutte, nessuna esclusa.

Quarant’anni dopo, la nostra 40enne ha in effetti un titolo di studio superiore a quello di suo padre (l’ha superato anche in fascia UE: le donne italiane 25-34enni con laurea sono il 38,5% contro il 25% dei loro coetanei maschi, secondo il Rapporto ISTAT 2025 il gap italiano di 13,5 punti a favore delle donne è più alto della media europea di 11,2 punti). Ha probabilmente lavorato quattordici anni in azienda, o forse quindici, o forse, sempre più spesso, con partita IVA. Ha visto quattro grandi crisi economiche prima del quarantesimo compleanno: 2008, 2011, 2020, 2022. Ha vissuto in almeno tre città diverse. Ha attualmente uno smartphone che le squilla ogni undici minuti, un cassetto pieno di batterie ricaricabili di device che non esistono più, un’amica che ha appena divorziato dopo diciotto anni di matrimonio, un’altra che sta valutando di adottare da single, e una lista di cose da fare che non si è chiusa dal 2019.

Non si è fatta trovare pronta al copione del 1986 per due ragioni piuttosto semplici. La prima: il copione era stato scritto per un Paese diverso, dove il salario medio bastava per due, la casa costava un terzo, e il lavoro di cura era considerato un dovere gratuito da presentare all’altare insieme al bouquet. La seconda: nessuno l’aveva avvertita che quel copione non fosse più in vigore. L’aveva scoperto man mano, con una serie di piccoli traumi biografici distribuiti tra i venticinque e i trentacinque anni. Nel frattempo, si era già iscritta a un master, aveva imparato a fare da sola i traslochi, aveva scoperto che l’analista costa 75 euro a seduta e vale ogni centesimo, e aveva cambiato regione due volte. Ora, con precisione statistica, la vediamo così.

Uno. La laurea, che è la sua vera medaglia (anche se non la spende)

La 40enne italiana del 2026 è statisticamente più istruita di suo fratello, di suo padre e di suo nonno messi insieme. Le donne italiane 25-34 anni con almeno un diploma sono il 69,4%; con la laurea, il 38,5%. Numeri europei rispettabilissimi, per una volta. Il gap con gli uomini è di tredici punti e mezzo, molto più alto della media UE. La cosa curiosa è che questa maggiore istruzione non si è ancora tradotta in un vantaggio occupazionale. Al contrario: nel 2024 il tasso di occupazione femminile in Italia era 60,1%, quello maschile 80,1%. Un divario di venti punti percentuali. Anche tra le laureate, le più istruite del Paese, il gap resta di sette punti. È una statistica che va compresa piano, perché racconta qualcosa di più profondo del semplice “in Italia le donne lavorano meno“. Racconta che una laurea, per una donna italiana, vale meno che per un uomo, non intellettualmente, non tecnicamente, ma strutturalmente. Il mercato del lavoro italiano premia meno un curriculum femminile a parità di competenze. E la nostra 40enne, che si è fatta il mazzo cinque anni all’università e altrettanti in tirocinio, questa cosa lo sa da sempre. La chiama con la stessa espressione con cui suo padre chiamava le tasse: è così, non si può fare niente. Ma poi ha smesso di dirlo con quella rassegnazione, perché è cambiata lei, non è cambiato il Paese.

Due. La cura, che è il suo secondo lavoro (non pagato)

Questo è forse il dato più interessante del ritratto. Un’indagine OIL-Federcasalinghe pubblicata nell’ottobre 2025 ha misurato per la prima volta con precisione italiana un fenomeno che tutti sospettavano e nessuno aveva calcolato bene. Le donne italiane dedicano al lavoro di cura non retribuito ovvero pulizia, cucina, spesa, assistenza a figli, cura dei genitori anziani, gestione della casa, una media di 6 ore e 4 minuti al giorno. Ripetiamo il numero perché è importante: sei ore al giorno. Cioè la durata media di una giornata di lavoro vera. In pratica, la 40enne italiana ha un secondo lavoro a tempo pieno, che comincia quando il primo finisce, e per cui non prende un centesimo. Il posto della nostra donna quarantenne nella classifica europea è il secondo, subito dopo il Portogallo. Il divario con gli uomini italiani è di 2,34 volte: lei fa 6,06 ore, lui poco più di un’ora e cinquanta minuti. Anche qui siamo terzi in Europa per squilibrio, dopo Portogallo e Grecia. Il 71% del lavoro di cura non retribuito in Italia è svolto dalle donne (qui per approfondire: OIL-Federcasalinghe 2024, via Doppia Difesa). Se questo lavoro fosse pagato, quanto varrebbe? L’OIL ha fatto il conto per l’Italia: 60,7 miliardi di ore all’anno, per un valore economico stimato di 473,5 miliardi di euro. Per dare una scala: è più del 25% del PIL italiano. È una cifra che, se comparisse in bilancio da qualche parte, cambierebbe la percezione stessa di cosa produce ricchezza in questo Paese. Non compare in bilancio. Perché a farlo, per la maggior parte, sono le donne.

Tre. I figli, che non sono spariti, sono stati resi impraticabili

Nel 2025 in Italia sono nati 355.000 bambini: il numero più basso mai registrato nella storia dello Stato italiano. Diciotto anni prima, nel 2008, erano stati 577.000. La perdita cumulata dal picco è del 38%. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna un minimo storico che l’Italia non aveva mai toccato in centosessant’anni di rilevazioni. La media europea è 1,34, la Germania sta a 1,36, la Francia a 1,61. Fin qui, il titolo catastrofista funziona (“culle vuote”, “inverno demografico”, “l’Italia che si spegne”). Il problema del titolo catastrofista è che salta un dato che le indagini demografiche non nascondono per niente ma che stranamente non appare mai nei tg: la donna italiana desidererebbe in media due figli. Cioè quasi il doppio di quelli che effettivamente fa.

La distanza tra 1,14 e 2 è, letteralmente, l’entità del fallimento delle politiche familiari italiane degli ultimi trent’anni. Non è che la 40enne italiana ha smesso di volere figli. È che il Paese, semplicemente, le ha reso ostica la loro nascita. Congedi paritari ridicoli, asili nido pubblici che coprono il 27% della domanda contro l’85% della Francia, salari fermi in termini reali dal 2008, casa comprata al triplo del prezzo che hanno pagato i suoi genitori, prospettive pensionistiche vaghe. In queste condizioni, uno decide anche di fare zero figli. Uno virgola quattordici è già un atto di ottimismo. Poi c’è il dato che sposta il ritratto di generazione: nel 2025 l’età media al parto italiana è salita a 32,7 anni, con punte di 33,1 nel Centro. È il valore più alto mai registrato. E dopo i 40 anni la procreazione medicalmente assistita è diventata la modalità prevalente di concepimento in Italia. Nel 2023 sono nati oltre 16.000 bambini da PMA, con età media alla maternità di 38 anni contro i 32 delle nascite naturali. Tradotto: la 40enne italiana che sta ancora provando a diventare madre nel 2026, statisticamente, sta seguendo un percorso di procreazione assistita. Con quello che comporta in termini economici (10.000-15.000 euro a ciclo nel privato), fisici (stimolazioni ormonali multiple), emotivi (tassi di successo intorno al 25-30% per ciclo). Non è capriccio. È aritmetica biografica.

Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità, ha detto a Famiglia Cristiana ad aprile 2026, subito dopo l’uscita dei dati ISTAT: «Fino a quando nel nostro Paese la nascita di un figlio sarà la seconda causa di povertà, culturalmente non sarà mai appetibile metter su famiglia». La seconda causa di povertà. Non è un modo di dire, è un dato macroeconomico osservato. E dovrebbe essere il titolo di prima pagina di ogni giornale italiano per almeno una settimana.

Quattro. Il matrimonio, che sta sparendo con eleganza

Nel 2024, secondo l’ISTAT, si sono celebrati in Italia 173.272 matrimoni, quasi il 6% in meno del 2023. La categoria che sta crollando è quella dei matrimoni religiosi: -11,4% in un anno solo. Nel 2025, dai dati provvisori dei primi nove mesi, la caduta continua senza freni: altro -5,9%. Chi si sposa nel 2026, in Italia, è probabilmente una persona che si sposa una seconda volta: il 24,7% di tutte le celebrazioni sono seconde nozze, il valore più alto mai registrato. E se lo sposo o la sposa ha più di cinquant’anni, la probabilità che si tratti di seconde nozze schizza al 50%. Nel frattempo, le libere unioni, cioè le coppie che convivono senza matrimonio, sono quasi quadruplicate in vent’anni: da 440.000 nel 2000 a oltre 1,7 milioni nel 2024.

Poi c’è la fotografia più eloquente di tutte, quella che dice più cose sulla nostra 40enne di qualsiasi altra: nel biennio 2024-2025 le famiglie unipersonali, cioè quelle in cui vive una sola persona, sono diventate il modello familiare più diffuso in Italia. Sono il 37,1% dei 26,6 milioni di famiglie del Paese. Vent’anni fa erano il 25,9%. Le coppie con figli, quelle che nel Novecento chiamavamo “famiglia italiana”, sono oggi il 28,4%. Una minoranza netta. Non tutte le persone che vivono sole sono 40enni, ovviamente. Molte sono anziane, molte sono giovanissime. Ma il segmento in crescita più veloce è quello tra i 30 e i 50 anni, ed è culturalmente il più significativo. La single by choice non è più la donna disperata dei film di trent’anni fa. È una professionista che ha fatto due conti, economici, sentimentali, di tempo e ha deciso che le sue risorse le alloca altrove. Alcune, probabilmente, sono già state sposate una volta (il divorzio in Italia si celebra intorno ai 46 anni), altre non ci hanno mai pensato seriamente, altre hanno un compagno ma non convivono. Un tempo l’avremmo chiamata zitella. Oggi la chiamiamo, se proprio serve un’etichetta, proprietaria delle sue scelte. Che è meglio.

Cinque. Lo stress, che è la firma sotto tutto

Se dovessimo condensare in una parola la relazione della 40enne italiana con la propria vita quotidiana, la parola è stanca. Non è un modo di dire retorico. È un dato empirico verificato: uno studio Bain & Company del 2025 ha stabilito che l’Italia è il Paese europeo con il peggior dato sul benessere emotivo dei cittadini. Ci battono, in bene, tutti i Paesi mediterranei considerati storicamente più depressi. La ricerca HR Trends 2025 di Randstad insieme all’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli dell’Università Cattolica ha confermato: un lavoratore italiano su tre riferisce burnout frequente, sette su dieci chiedono che il datore di lavoro si occupi attivamente della loro salute mentale.

La dimensione di genere di questa stanchezza è marcata. Le donne italiane la pagano di più, quattordici ore giornaliere di lavoro totale (retribuito + cura non retribuita) sono un carico che la biologia umana non è progettata per sostenere a lungo termine senza rotture. La rottura, quando arriva, non è quasi mai spettacolare. È silenziosa: un lento distacco dalla propria vita, un progressivo abbassamento delle aspettative, la fatica di alzarsi la mattina che diventa cronica, il caffè che smette di funzionare, la lista delle cose che avresti voluto fare che si accorcia settimana dopo settimana. Ha un nome tecnico, burnout, ed è ormai talmente diffuso da essere entrato nel vocabolario ordinario. La Randstad-Cattolica dice che 76% dei lavoratori italiani ha “il bisogno impellente di staccare”. Non riposare. Staccare. La differenza fra le due parole è tutto il ritratto della generazione. Poi c’è una statistica ISTAT che vale la pena non dimenticare mai, quando si parla di lavoro femminile: 2 milioni 68 mila donne italiane, il 15% del totale, hanno subito nel corso della vita almeno una forma di molestia o ricatto sessuale sul lavoro. La rilevazione è del 2022-23. È una cifra che ha smesso di scandalizzare perché è entrata nell’ordinario. Meriterebbe di tornare a scandalizzare, ogni tanto.

Cosa fa allora, la 40enne italiana del 2026, che sua madre non faceva

Fatta la parte statistica, veniamo alla parte che i giornali economici non guardano ma che è probabilmente la cosa più interessante. Cosa fa questa donna, con tutti questi vincoli, che le donne di trent’anni fa non facevano. E qui, nonostante il ritratto rischi di sembrare quello di una martire, c’è la parte più bella e più radicale, che vale la pena elencare per non deprimersi.

Va in terapia: Non solo lei, anche lui, per fortuna, ci sta finalmente arrivando, ma soprattutto lei. La 40enne italiana del 2026 pronuncia la parola “psicologa” come sua madre pronunciava “estetista”: una categoria professionale di cura ordinaria, che non richiede giustificazione. Una seduta ogni due settimane, 70-90 euro, sono soldi che una generazione fa venivano spesi in vestiti nuovi o vacanze in agenzia. Sono soldi che questa generazione spende in manutenzione mentale. È una redistribuzione di priorità che, culturalmente, dice più di molti sondaggi politici sulle donne italiane.

Cambia casa più volte: Se la 40enne del 1996 aveva probabilmente comprato una casa una volta sola, entro i trent’anni, con il mutuo del suocero, la 40enne del 2026 ha affittato in tre città diverse prima di stabilizzarsi in nessuna, ha condiviso l’appartamento con altre professioniste in due di queste, ha lasciato la Sicilia a 22, è vissuta a Milano a 27, si è trasferita a Bologna a 32, sta valutando Lisbona per il futuro. Il suo rapporto con il concetto di casa non è più quello dell’abitazione di proprietà. È più simile a quello di una borsa: si porta con sé quello che serve, si cambia quando cambia la stagione della vita.

Viaggia da sola: Le prenotazioni singole femminili italiane su Airbnb e Skyscanner sono cresciute significativamente tra il 2023 e il 2026, con particolare intensità nella fascia 35-50 anni. Le mete preferite: Portogallo (Lisbona, Porto), Grecia (Atene, Cicladi), Giappone (Tokyo, Kyoto), Sud America (Colombia, Argentina). Non sono viaggi da post-Instagram. Sono viaggi da ricostituzione: una settimana lontana da tutto per rientrare capaci di respirare di nuovo.

Ha una partita IVA, o ci sta pensando: Non necessariamente perché guadagna di più spesso guadagna uguale o meno. Ma perché il tempo che risparmia in riunioni obbligatorie, cazziatoni del capo, e caffè con colleghe che non sceglierebbe, quel tempo lo può riallocare. Diversamente dalla generazione della madre, la nostra 40enne non ha un culto per il posto fisso. Ha un culto per il tempo proprio.

Legge di più: Le classifiche di vendita libraria italiane del 2026 vedono in cima biografie e memoir di donne reali, autrici, sportive, giornaliste, esploratrici, dirigenti d’azienda. È una fame culturale per storie vere di altre donne che hanno preso posizione. Dice qualcosa sulla ricerca di modelli che questa generazione non trova né nella propria famiglia (le mamme casalinghe non le assomigliano più) né nella propria televisione (dove restano il volto e non il curriculum, come dimostra la settimana di polemiche sulla faccia di Paola Ferrari a fine giugno).

Perché stiamo raccontando male questa generazione

Chiudiamo con la cosa che ci sembra la più necessaria. Nulla di quello che abbiamo raccontato in questo pezzo è illegale, immorale o inappropriato. Le donne italiane hanno il diritto costituzionale di non fare figli, di non sposarsi, di cambiare regione, di lavorare in autonomia, di andare in terapia, di viaggiare da sole, di rifiutare gli straordinari, di uscire da un matrimonio, di comprare casa da sole. Sono diritti che sono stati faticosamente conquistati, con costi altissimi, da generazioni precedenti di donne italiane e non. Il diritto di voto è del 1946. Il divorzio del 1970. L’aborto del 1978. La parificazione dei diritti coniugali del 1975. Ogni singolo punto è stato pagato con anni di lotta.

Il problema, l’unico vero problema, è come la conversazione pubblica italiana sta raccontando questa 40enne. La copertura mediatica dei dati ISTAT sulle 355mila nascite è tutta puntata sulla “responsabilità delle donne” che “non fanno più figli”. Nessun titolo importante di questa primavera ha detto: guardate, gli asili nido pubblici in Italia coprono il 27% della domanda contro l’85% francese, e forse è per quello che le francesi fanno 1,61 figli e le italiane 1,14. Nessun titolo importante ha ricordato che la donna italiana desidera due figli e ne fa uno. Nessuno ha titolato: il lavoro di cura svolto dalle donne italiane vale 473 miliardi di euro all’anno e non entra nel PIL, e questo è, letteralmente, il più grande fenomeno economico non riconosciuto del nostro Paese.

Il paradosso, quello vero, quello che merita di essere nominato senza infingimenti, è che abbiamo costruito la generazione di donne italiane più formata, più autonoma, più consapevole della storia del Paese. Poi la stiamo raccontando come se fosse il problema demografico dell’Italia. Statisticamente parlando, è l’unica cosa che ancora sta in piedi. Farebbe piacere ricordarcelo, ogni tanto, con più garbo. E magari con una qualche misura politica seria a supporto.

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