C’è una domanda che non ci facciamo mai, nonostante passiamo in media due ore e mezza al giorno a guardare serie tv. Non “cosa sto guardando“, ma “perché non riesco a smettere?” Non è dipendenza da schermo. Non è solo intrattenimento. È qualcosa di più sottile e più interessante: le serie prestige, ovvero quelle che ci tengono sveglie fino all’una, che commentiamo il giorno dopo con le amiche, che ci fanno venire voglia di mandare un messaggio all’ex, hanno preso il posto di cose che un tempo facevamo in altri modi. La terapia. I romanzi. Le conversazioni lunghe. Il confronto con persone che capiscono. Quello che stai guardando non è solo fiction. È uno specchio. E vale la pena guardare cosa ci riflette.
The White Lotus e la ricchezza che si odia
Facciamo una cosa: ammettiamolo. Quando guardiamo The White Lotus non stiamo guardando “quegli stronzi ricchi e infelici”. Stiamo guardando versioni ampliate, costose e ambientate in resort da tremila dollari a notte di dinamiche che conosciamo benissimo. Il marito che non ascolta. L’amica che sorride troppo. La figlia che porta il peso di aspettative non dette. Il senso di privilegio che non basta mai. La serie di Mike White, se non l’avete vista ci sono ben tre stagioni (ambientate in Hawaii, Sicilia, e Thailandia) e una quarta in arrivo sulla Riviera Francese, ha il talento specifico di farci sentire superiori ai personaggi mentre li imitiamo perfettamente. È il suo trucco più brillante. Ci lascia fuori dalla storia il tempo necessario per rientrarci di soppiatto.
“The White Lotus ci lascia fuori dalla storia il tempo necessario per rientrarci di soppiatto.”
Cosa ci insegna: che il privilegio non immunizza dal vuoto, ma lo rende più difficile da nominare. Che spesso, le relazioni più tossiche sono quelle in cui tutti fingono di stare benissimo. E che, a volte, il problema non sei tu è il resort.
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The Bear e l’ansia da prestazione che non nominiamo mai
The Bear non è una serie sulla cicina. The Bear è una serie sull’ansia; quella vera, fisica, che non ti lascia dormire, che trasforma ogni compito semplice in un’operazione chirurgica ad alto rischio. Ed è probabilmente la rappresentazione più onesta che la televisione abbia mai fatto di come funziona la mente di una persona che si è sempre messa troppa pressione addosso. Carmy, lo chef protagonista interpretato da Jeremy Allen White, è uno di quegli esseri umani che non distingue tra l’essere bravo e l’essere abbastanza bravo. Ogni servizio è un esame. Ogni errore è una catastrofe. Ogni momento di quiete è sospetto. Lo conosci, questo meccanismo? Perché quasi tutte noi sì. La quarta stagione (su Disney+) ha portato la serie a un punto di saturazione emotiva quasi insostenibile e FX ha già confermato la quinta. Segno che il pubblico mondiale non ha ancora finito di riconoscersi in Carmy, nel suo caos, nel suo bisogno di controllo su tutto tranne che su sé stesso.
“The Bear è la serie che ha finalmente dato un nome a quella voce nella testa che dice: non basta, fai di più, non fermarti.”
Cosa ci insegna: che l’eccellenza e il benessere raramente vanno a braccetto. Che chiedere aiuto non è debolezza è, spesso, l’unica cosa che salva il ristorante. Metaforicamente e non.
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Normal People e il motivo per cui non riusciamo a smettere di amare le storie sbagliate
La serie Normal People (tratta dal libro della chicchieratissima scrittrice Sally Rooney) ha fatto una cosa molto particolare: ha convinto milioni di persone che due ragazzi incapaci di comunicare e condannati a ferirsi a vicenda fossero la storia d’amore più bella degli ultimi vent’anni. E, in un certo senso, lo erano. Connell e Marianne non funzionano perché si amano. Non funzionano perché sono sbagliati. Eppure non riesci a smettere di guardare. Non riesci a smettere di tifare per loro. Perché, e qui viene la parte scomoda, ci siamo tutte state. Non necessariamente in quella relazione. Ma in quella dinamica: l’attrazione per qualcuno che non riesce a vederti pienamente, pur avendoti scelta. Le serie che ci ossessionano di più sono quelle che raccontano emozioni che abbiamo vissuto ma che non abbiamo mai avuto le parole per descrivere. Normal People ci ha dato le parole. E non è un caso che il romanzo di Rooney sia diventato un oggetto quasi totemico per una generazione di donne che lo portano in borsa come un segnale di riconoscimento reciproco.
“Le serie che ci ossessionano di più sono quelle che ci danno le parole per emozioni che non avevamo mai saputo nominare.”
Cosa ci insegna: che desiderare qualcosa di complicato non è un difetto. Che la vulnerabilità è contagiosa nel senso buono. E che a volte guardare una storia sbagliata ci aiuta a capire cosa vogliamo davvero, fuori dallo schermo.
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Perché le guardiamo (davvero): il binge watching come elaborazione emotiva
Si dice in giro che il binge watching attivi gli stessi meccanismi neurali dell’elaborazione emotiva. Non stiamo “sprecando tempo”. Stiamo, a tutti gli effetti, processando emozioni attraverso narrazioni sicure, storie in cui possiamo sentire senza conseguenze, piangere senza spiegazioni, arrabbiarci senza litigi. Le serie prestige funzionano meglio di certi romanzi perché sono collettive. Succede qualcosa a Carmy e lo sappiamo tutte. Tanya muore (spoiler, ma erano anni) e il giorno dopo Twitter ora X, ma diciamo ancora Twitter, era in lutto collettivo. Questa dimensione condivisa è fondamentale: trasforma un’esperienza solitaria (guardare la tv al buio nel letto) in un rito comunitario. Non è fuga dalla realtà. È, spesso, il modo più efficiente che abbiamo trovato per avvicinarci a parti di noi stesse che durante la giornata non abbiamo il tempo di frequentare.
Smettila di fare binge watching e inizia a capire cosa stai guardando
Questa non è una critica. Non stiamo dicendo che guardare cinque episodi di fila sia una cattiva idea (anche se le 2:00 di notte di un martedì a volte lo fanno intendere). Stiamo dicendo che c’è un modo di guardare che è passivo e un modo che è attivo e che il secondo è molto più interessante. La prossima volta che finisci una stagione e ti senti stranamente vuota, non aprire subito la serie successiva. Fermati cinque minuti. Chiedi a te stessa: con quale personaggio mi sono identificata di più, e perché proprio quello? Cosa mi ha fatto arrabbiare? Cosa mi ha fatto commuovere quando avevo deciso di non farlo?
“Le risposte ti diranno più cose di un anno di journaling”.
Le serie tv più intelligenti non ci danno risposte. Ci fanno domande e le fanno nel momento in cui siamo più abbassate le difese, più disposte ad ascoltare, più oneste con noi stesse di quanto siamo di solito alla luce del giorno. È per questo che non riusciamo a smettere. Non è debolezza. È attenzione di quelle che raramente ci concediamo quando siamo sveglie e in verticale. Quindi no, non stai sprecando tempo. Stai guardando, nel senso più profondo del termine. Stai cercando riconoscimento, linguaggio, comunità. Stai usando la narrativa per fare quello che gli esseri umani hanno sempre fatto: capire chi sono attraverso le storie degli altri. L’unica differenza è che adesso le storie hanno otto episodi da cinquanta minuti e una sigla che non salti mai.
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Photocredit Cover The White Lotus, 2021 © FabioLovino imbd.com