C’è una versione di questo articolo che non scriveremo. Quella con i dieci consigli per viaggiare da sola in sicurezza, le app da scaricare, l’ostello giusto, la cintura porta-soldi nascosta sotto la maglietta. Esistono già centinaia di guide così, le trovi su qualsiasi blog di viaggio, sono utili e necessarie e non è quello il punto. Il punto è un’altra cosa. È quella sensazione specifica che si prova quando sei da sola in una città straniera, non in pericolo, non persa nel senso drammatico del termine, ma sospesa, e non sai ancora se quel posto ti piacerà, se riuscirai a orientarti, se quella sera a cena da sola ti sembrerà libera o solitaria. È in quel momento di sospensione che succede qualcosa. Le città ti cambiano. Non quelle che visiti in gruppo con l’auricolare e la guida che cammina davanti. Quelle in cui sei sola, un po’ disorientata, costretta a decidere tutto tu: dove girare, cosa mangiare, se fermarti in quel bar o continuare a camminare. Quelle lì. E il cambiamento non te lo annunciano: arriva in silenzio, mentre non stai guardando. Ci stiamo avvicinando al weekend di Pasqua e magari hai in mente di fare una gita da qualche parte, da sola, senza programmare troppo. Beh, leggi qui che magari ti viene voglia di fare subito un biglietto per queste destinazioni…

Lisbona: la città che ti insegna a rallentare quando non te lo puoi permettere

Lisbona è bellissima e lo sa. Ha le sue sette colline, i tram gialli, l’azulejo sui muri, il fado che esce dalle finestre aperte nelle sere d’estate. Ha anche un talento specifico per rallentarti, fisicamente, perché salire al Miradouro da Graça con una valigia è un esercizio atletico ma soprattutto internamente. C’è qualcosa nell’architettura temporale di Lisbona che non va di fretta. I caffè non ti guardano male se stai seduta un’ora con un solo bicchiere di vino. I vicoli del Mouraria sono labirintici nel modo giusto: ti perdi, trovi qualcosa di inaspettato, ti perdi di nuovo. Il porto è lì, sempre. Non ti aspetta e non ti corre dietro. Le donne che viaggiano sole a Lisbona tendono a restarci più del previsto. Non per pigrizia: per quella sensazione rara di essere al posto giusto senza aver fatto nulla di speciale per meritarselo. La città ti accetta così come arrivi, la tua lista di cose da vedere, la tua vaga ansia da performance turistica e poi, piano piano, ti convince che la lista non è poi così importante.

“Lisbona ti insegna che il miglior modo di vedere una città è smettere di volerla vedere tutta.”

Cosa ti porta via: l’abitudine di riempire ogni spazio vuoto.
Quello che ti lascia: una tolleranza nuova per il non-pianificato.

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Tokyo: la città che ti insegna a stare sola senza sentirti sola

Ecco non proprio per un weekend ma se abbiamo un po’ più di tempo è una meta imperdibile che è diventata anche molto virale. Tokyo spaventa sulla carta. Quattordici milioni di persone, una lingua che non capisci, un sistema di metropolitane che sembra progettato da qualcuno con una laurea in teoria del caos. Eppure è, paradossalmente, una delle città più accoglienti per chi viaggia da sola e lo è in un modo che non ti aspetti. Tokyo non ti chiede di integrarti. Non ti guarda come un’anomalia. La città ha una capacità straordinaria di contenere solitudini diverse senza renderle imbarazzanti: puoi cenare da sola in un ramen bar minuscolo con posti separati da divisori di legno, progettati esattamente per questo, senza che nessuno ti chieda se aspetti qualcuno. Puoi stare ore in una libreria a sfogliare libri che non leggerai mai, in una lingua che non conosci, e nessuno ti disturba. La neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di formare nuove connessioni in risposta a stimoli inediti, lavora a pieno regime a Tokyo. Ogni angolo è diverso da quello precedente. Ogni quartiere ha una logica propria: Shimokitazawa è jazz e vinili e caffè indipendenti; Yanaka è il Giappone di cent’anni fa rimasto intatto tra i templi e le botteghe; Shinjuku di notte è un’altra città completamente. Non puoi andare in automatico. Sei costretta a restare sveglia.

“Tokyo ti insegna che la solitudine non è il problema. Il problema è la solitudine non scelta. Qui, la scegli tu e si trasforma in qualcos’altro.”

Cosa ti porta via: la paura di mangiare da sola al ristorante.
Quello che ti lascia: una nuova confidenza con il silenzio e con te stessa.

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Oaxaca: la città che ti insegna che non capisci niente (e va benissimo)

In vista delle vacanze estive pensiamo a qualcosa di diverso, Oaxaca, Messico, è il tipo di città che non compare nelle prime dieci destinazioni consigliate dai magazine di viaggio mainstream, ed è esattamente per questo che funziona. Non è progettata per essere consumata. È progettata per essere vissuta e c’è una differenza sostanziale. Il mercato di Benito Juárez alle sette di mattina: colori, odori, conversazioni in zapoteco che non capirai mai, donne che vendono chapulines (sì, le cavallette) con la stessa nonchalance con cui al mercato di Porta Romana vendono le olive. Il mole negro che si prepara in oltre tre giorni che a confronto il ragù è una sciocchezza. I mezcal serviti in coppette di terracotta. La cioccolata calda che non assomiglia a nessuna cioccolata che hai bevuto prima. Oaxaca ti mette di fronte a qualcosa di specifico: l’impossibilità di capire tutto. E in questo senso è uno dei posti più terapeutici del mondo per chi (e siamo in molte) passa gran parte della vita cercando di avere tutto sotto controllo. Qui non puoi. La lingua, la cultura, il ritmo temporale completamente diverso, la logica degli spazi: sei fuori. Completamente. E dopo un giorno o due di resistenza, smetti di lottarci contro. Ti arrendi nel senso migliore.

“Oaxaca ti insegna che non capire tutto non è un fallimento. È, spesso, il punto di partenza per capire qualcosa di nuovo su te stessa.”

Cosa ti porta via: il bisogno di avere sempre una risposta pronta.
Quello che ti lascia: una curiosità più morbida, meno ansiosa.

Berlino: la città che ti insegna che puoi ricominciare (e non devi dare spiegazioni a nessuno)

Berlino è la città dei ricominciamenti. Non in modo romantico e levigato, in modo grezzo, visibile, a tratti scomodo. Porta ancora i segni di quello che è stata e non prova a nasconderli: il Muro nei frammenti sparsi per la città, le lacune architettoniche dove c’era il vuoto, il Memoriale dell’Olocausto nel cuore del centro. È una città che non dimentica, ma che ha imparato a costruire sopra il passato senza cancellarlo. Per le donne che viaggiano sole, Berlino ha qualcosa di specificamente liberatorio: nessuno ti guarda. Non nel senso della sicurezza ma nel senso sociale. Berlino è la capitale europea dell’indifferenza costruttiva. Puoi essere qualsiasi cosa e nessuno si gira. Puoi avere i capelli di qualsiasi colore, indossare quello che vuoi, entrare da sola in qualsiasi locale alle undici di sera senza che nessuno ti chieda dove sia il tuo ragazzo. C’è una libertà in questo che è difficile da descrivere finché non la si vive. Non è solo sicurezza fisica. È quella sensazione di occupare lo spazio che ti spetta senza doverlo giustificare a nessuno. Di esistere al ritmo che scegli tu.

“Berlino ti insegna che la libertà non è l’assenza di struttura. È la presenza di spazio per essere chi sei, senza performance.”

Cosa ti porta via: l’abitudine a giustificare le tue scelte.
Quello che ti lascia: un senso di diritto a occupare spazio nel mondo.

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Il vero motivo per cui dovresti farlo almeno una volta

La solitudine quella vera, scelta, consapevole, forse è controintuitivo ma può essere di grande aiuto. Basterebbero quindici minuti di solitudine reale per abbassare significativamente i livelli di eccitazione emotiva, ridurre ansia e frustrazione, e creare uno spazio di accesso a sé stessi difficile da raggiungere in altro modo. Viaggiare da sola è, tra le altre cose, un esercizio prolungato di solitudine scelta. Non quella delle domeniche brutte, in cui sei sola e non lo hai voluto. Quella in cui sei sola perché hai comprato un biglietto aereo, hai fatto una valigia, e hai deciso che l’esperienza vale il disagio temporaneo. La differenza non è piccola. È enorme. E il cervello la registra come tale. Non serve andare lontano, anche se lontano aiuta, perché la distanza fisica crea distanza psicologica dal contesto abituale, e il contesto abituale è spesso quello che ci impedisce di vederci chiaramente. Serve scegliere di stare con sé stesse in un posto che non conosce ancora la versione di te che sei adesso. Che non sa chi eri a sedici anni, né cosa hai fatto l’anno scorso, né come ti comporti di solito quando le cose si complicano.In un posto straniero, sei soltanto tu. Adesso. E questo, nonostante l’ansia dei primi giorni, la fatica di orientarsi, il ristorante sbagliato, il treno perso, è una delle sensazioni più nitide che puoi provare.

“In un posto che non ti conosce ancora, sei soltanto tu. Adesso. È raro. E vale ogni minuto di smarrimento.”

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Non tornerai uguale. Non è una promessa romantica, è neurologia. Il cervello esposto a stimoli nuovi, a decisioni autonome, a narrazioni interrotte della propria identità, crea connessioni nuove. Letteralmente. A livello sinaptico. Ma al di là della neurologia: tornerai con qualcosa che nessuna guida di viaggio riesce a mettere nella lista dei consigli. Una versione di te stessa che ha gestito l’inaspettato da sola, ha fatto scelte senza chiedere conferma a nessuno, ha trovato la strada quando si era persa sia quella fisica che, in qualche misura, l’altra.

Quella versione di te vale il biglietto, per qualunque destinazione. 

MaZ

La casa si veste per Pasqua