Lo amiamo e lo odiamo. Ma non riusciamo a farne ormai più a meno. Whatsapp è certamente l’applicazione per smartphone, che usiamo con più frequenza. Forse più di Facebook e Instagram. È una sorta di linea continua e diretta con fidanzato, parenti e amici. Ogni giorno un fiume ininterrotto di parole, audio messaggi, foto e video viaggia per la rete viene inviata e arriva sul nostro cellulare. Se provate a dare uno sguardo intorno, quando siete seduti in metropolitana, tutti, a prescindere dall’età, hanno la testa china sul telefono, persi in chissà quale conversazione. Altro che libri da leggere…

Con l’avvento delle doppie spunte blu – che notificano l’avvenuta lettura – Whatsapp è diventato insieme uno strumento di controllo e di autotortura. Se un tempo, citando un tweet famoso rimbalzato su ogni tipo di social, “in amore vince chi è online su Whatsapp e non risponde“, oggi invece possiamo serenamente dire che in amore vince chi legge e non risponde. E così quando inviamo un messaggio all’uomo di cui ci siamo innamorate, compare la malefica doppia spunta blu e lui non si degna di rispondere, due sono le cose: o stiamo lì a struggerci e a disperarci chiedendoci il motivo per cui lui non voglia rispondere o, in barba all’orgoglio, cominciamo una poco astuta tempesta di messaggini, spesso inviando di nuovo anche proprio quello a cui lui non ha risposto. Una, due, tre, dieci volte, rasentando lo stalking.

Beh, care “fidanzate psicopatiche“, forse è giunto il momento di darsi una calmata… e non solo per questioni di orgoglio, ma soprattutto perché assillando di messaggi un uomo che non vi risponde, potreste rischiare di avere guai seri con la giustizia. Messaggiare con eccessiva insistenza su WhatsApp, infatti, rientra per la Corte di Cassazione, che considera anche in quali fasce orarie vengono inviati i messaggi, tra i reati di molestie telefoniche ed è dunque passibile di denuncia. Continuare a ricevere incessantemente messaggi genera stati d’ansia incontrollabile e rende Whatsapp, più che uno strumento di comunicazione, un mezzo che provoca uno stress pari a quello causato da incessanti telefonate e messaggi. Insomma, Whatsapp può essere uno strumento di molestia telefonica, e di molestia oltre che di stalking, appunto, potreste essere accusati.

Quindi, la legge – lenta lentissima, che non si è ancora proiettata del tutto nell’universo 2.0 – non fa al momento alcuna distinzione tra molestie ricevute sul telefono fisso tradizionale (o i vecchi telefonini) e gli smartphone che, al contrario dei precedenti, consentono all’utente di bloccare i contatti indesiderati. Se il molestato raccoglie le prove delle comunicazioni che lo hanno portato a bloccare le chat con la persona che inviava insistentemente e frequentemente messaggi, ci sono gli estremi per una denuncia. I fatti che hanno condotto la vittima verso questa misura precauzionale sono infatti la prova del suo stato d’ansia o nel caso dello stalking persino della paura.

Pinella PETRONIO