L’Italia repubblicana il 2 Giugno 2026 compie ottant’anni. Per le donne italiane sono otto decenni di conquiste che oggi diamo per scontate ma che sono state ottenute una per una con leggi che hanno cambiato il paese: dal voto del 2 giugno 1946 alle 21 madri costituenti, dall’accesso alla magistratura nel 1963 al divorzio del 1970, dall’aborto del 1978 all’abolizione del delitto d’onore solo nel 1981. Una mappa per capire da dove veniamo, e per ricordare quanto recente sia stata ogni rivoluzione.

Domani, il 2 giugno 2026, l’Italia repubblicana compie ottant’anni. Otto decenni esatti da quel referendum che ha trasformato un paese reduce dalla guerra in una Repubblica, e da quella prima volta in cui le donne italiane si sono presentate alle urne con la stessa pari dignità degli uomini. È un numero tondo, e i numeri tondi servono a fare bilanci.

Abbiamo provato a fare il nostro. Non un bilancio politico, di quelli ne leggerete su tutti i quotidiani, ma uno specifico, dedicato a ciò che è cambiato per le donne in questo paese in otto decenni. Perché molte delle cose che oggi sembrano ovvie (firmare un contratto da sole, divorziare, accedere a qualsiasi professione, denunciare un marito violento, decidere se diventare madri o no) sono in realtà conquiste recentissime. Alcune di loro hanno meno di trent’anni. Molte erano impensabili per le nostre nonne, alcune anche per le nostre madri. Vediamole una per una.

Il 2 giugno 1946: la prima volta alle urne

La data che celebriamo il 2 Giugno non è solo l’origine della Repubblica. È anche la prima volta in cui le donne italiane hanno votato a livello nazionale, scegliendo tra Monarchia e Repubblica ed eleggendo i membri dell’Assemblea Costituente. Tecnicamente, il diritto di voto era già stato concesso a livello legislativo l’anno prima, con il decreto legislativo del 31 gennaio 1945; e le donne avevano già votato per la prima volta nel marzo 1946 alle elezioni amministrative. Ma è il 2 giugno la data simbolica che ricordiamo, perché è quella in cui la voce femminile è entrata, per la prima volta, nelle decisioni che riguardavano l’intera nazione.

L’affluenza alle urne quel giorno fu altissima: quasi il 90% delle aventi diritto. Su 556 membri eletti all’Assemblea Costituente, 21 erano donne. Non furono una rappresentanza decorativa: cinque di loro entrarono nella Commissione dei 75, l’organo ristretto che redasse il testo della Costituzione. Sono passate alla storia come madri costituenti. Tra loro Nilde Iotti, Teresa Noce, Maria Federici, Angela Gotelli, Lina Merlin, Teresa Mattei, Angela Maria Cingolani Guidi, Filomena Delli Castelli. Senza di loro, l’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione” probabilmente non sarebbe stato scritto in quei termini.

«Senza le donne, la libertà non ha senso». Si dice spesso che questa frase l’abbia pronunciata Teresa Mattei, la più giovane delle costituenti, eletta a 25 anni. La frase la rappresentava nella sostanza, anche se la sua attribuzione esatta è dibattuta.

Le tappe che hanno cambiato un paese

Per capire quanto strada abbiamo fatto, e quanto sia stata sorprendentemente lenta vale la pena guardare le tappe principali in ordine. Sono date che molte di noi non conoscono nemmeno, perché a scuola di storia delle donne se ne studia ancora poca. Eppure ognuna di queste leggi ha ridisegnato la quotidianità di milioni di italiane.

1945: Diritto di voto alle donne
Il decreto legislativo luogotenenziale del 31 gennaio 1945 sancisce il suffragio universale anche femminile. Le donne maggiorenni, allora si diventava maggiorenni a 21 anni, possono finalmente votare. L’anno successivo otterranno anche il diritto di candidarsi.

1946:
Le 21 madri costituenti

Il 2 giugno le donne votano per la prima volta a livello nazionale e 21 di loro entrano all’Assemblea Costituente. Cinque parteciperanno alla Commissione dei 75. È la prima volta in cui le donne italiane partecipano direttamente alla scrittura delle regole che governeranno il paese.

1948:
Entra in vigore la Costituzione

L’articolo 3 sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso. L’articolo 37 stabilisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Sulla carta, almeno. Nella pratica, ci vorranno decenni.

1963:
Accesso a tutte le professioni

Con la legge n. 66 del 9 febbraio 1963, le donne italiane possono finalmente accedere a “tutti i pubblici uffici e a tutte le professioni”, compresa la magistratura. Letto oggi sembra incredibile, ma fino a quell’anno una donna in Italia non poteva diventare giudice o magistrato. Lo stesso anno viene abolito il licenziamento per matrimonio, una pratica diffusa con cui le aziende mandavano via le donne quando si sposavano.

1970:
La legge sul divorzio

La legge Fortuna-Baslini (n. 898 del 1° dicembre 1970) introduce in Italia il divorzio. Era una battaglia che durava da decenni e che il Vaticano cercò di fermare con un referendum abrogativo nel 1974. Il referendum fu un evento storico: il 59,3% degli italiani e delle italiane votò per mantenere la legge. Il paese era cambiato, ed era stato il voto delle donne a fare la differenza.

1975:
La riforma del diritto di famiglia

Una rivoluzione silenziosa. La riforma cancella la “potestà maritale”, l’idea per cui il marito era il capofamiglia con autorità su moglie e figli, e stabilisce che i coniugi gestiscono la famiglia in posizione di parità. Le donne possono firmare contratti senza l’autorizzazione del marito, decidere insieme sull’educazione dei figli, scegliere la residenza. Fino al 1975, in Italia, una donna sposata era giuridicamente subordinata al marito.

1978:
La legge sull’aborto

La legge 194 del 22 maggio 1978 permette alle donne italiane di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione. È una delle leggi più discusse della storia repubblicana, ancora oggi oggetto di tentativi di abrogazione. Prima del 1978, abortire era un reato che poteva costare fino a cinque anni di carcere alla donna, oltre che a chi praticava l’intervento. Gli aborti clandestini, quelli pericolosi, fatti in cucina, che uccidevano migliaia di donne ogni anno, erano la norma.

1981:
Aboliti delitto d’onore e matrimonio riparatore

Solo 45 anni fa. Fino al 5 agosto 1981, in Italia, uccidere “per causa d’onore” la moglie, la figlia o la sorella comportava una pena drasticamente ridotta rispetto a un omicidio comune. E fino allo stesso anno, lo stupro veniva cancellato giuridicamente se lo stupratore accettava di sposare la vittima. La legge n. 442 del 1981 abrogò entrambe queste mostruosità. Vale la pena ripeterlo: fino a 45 anni fa.

1996:
La violenza sessuale diventa reato contro la persona

Trent’anni fa, l’Italia ha smesso di considerare lo stupro come un “reato contro la moralità pubblica” e ha iniziato a considerarlo come ciò che è davvero: un reato contro la persona. Sembra incredibile dirlo, ma fino al 1996 una donna stuprata era considerata, sul piano giuridico, una vittima della moralità pubblica più che di se stessa. La legge n. 66 del 15 febbraio 1996 ha cambiato questo paradigma.

2009:
Reato di stalking

Con il decreto legge n. 11 del 2009, l’Italia introduce il reato di “atti persecutori” — comunemente chiamato stalking. Un riconoscimento legale di una violenza sistematica, spesso invisibile, di cui sono vittime in maggioranza donne perseguitate da ex partner.

2013:
Il femminicidio entra nella legge

Il decreto legge del 14 agosto 2013 introduce per la prima volta in un atto normativo italiano la parola femminicidio, riconoscendo che la violenza che uccide le donne ha caratteristiche specifiche legate al genere. È una conquista del linguaggio, oltre che del diritto: dare nome a un fenomeno è il primo passo per affrontarlo.

2019:
Codice rosso

La legge n. 69 del 19 luglio 2019 introduce il “Codice rosso”, un protocollo che accelera l’iter delle denunce per violenza domestica e di genere. Le forze dell’ordine devono ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. Sulla carta è un grande passo avanti; nella pratica, l’applicazione resta disomogenea sul territorio.

Le cose che ancora non ci sono

Sarebbe un articolo disonesto se si fermasse a celebrare. Ottant’anni di Repubblica hanno cambiato profondamente la condizione delle donne italiane, ma c’è ancora parecchio di non fatto. Vale la pena nominare le cose che mancano, per ricordare che la storia non è finita.

Il matrimonio egualitario non esiste ancora in Italia. Le unioni civili (legge Cirinnà, 2016) hanno introdotto un riconoscimento parziale per le coppie dello stesso sesso, ma non equiparato al matrimonio. La parità salariale resta una promessa più che una realtà: le donne italiane guadagnano in media meno degli uomini a parità di mansione, secondo i dati ISTAT più recenti. Il congedo paritetico di paternità è ancora largamente inferiore a quello materno, anche se in lento miglioramento. La rappresentanza politica femminile è cresciuta, abbiamo avuto la prima Presidente del Consiglio donna nel 2022, ma resta squilibrata nei livelli intermedi delle istituzioni.

E poi ci sono i numeri della violenza, che continuano a essere drammatici. Nel 2025 in Italia sono state uccise donne quasi ogni tre giorni, in larghissima maggioranza per mano di partner o ex partner. È il dato che racconta meglio quanto ancora ci sia da fare, e quanto le conquiste legislative non bastino se non vengono accompagnate da un cambiamento culturale profondo.

Cosa significa, nel concreto, ottant’anni di Repubblica

Provate questo esercizio: ripensate alla vostra giornata di ieri. Avete preso un caffè da sole al bar senza che nessuno vi chiedesse dove fosse vostro marito. Avete preso decisioni economiche senza dover firmare insieme a un uomo. Forse avete prenotato un viaggio, accettato un lavoro, scelto cosa fare della vostra vita oggi. Se siete madri, avete deciso voi quando e come diventarlo. Se siete in una relazione che non vi rende felici, sapete che potete uscirne. Se siete state aggredite, esiste una rete legale che riconosce il vostro diritto a denunciare.

Niente di tutto questo era ovvio nell’Italia in cui le nostre nonne sono nate. Tutto questo è stato costruito una legge dopo l’altra, una battaglia dopo l’altra, da donne che hanno avuto il coraggio di voler vivere diversamente da come la loro epoca chiedeva. Ottant’anni di Repubblica significano questo: aver costruito, in tre generazioni, una libertà che si dà per scontata solo perché è arrivata.

Eroine della letteratura italiana

IN SINTESI

Quando hanno votato per la prima volta le donne in Italia?

Le donne italiane hanno votato per la prima volta a livello nazionale il 2 giugno 1946, in occasione del referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. Avevano già votato qualche mese prima, nel marzo 1946, alle prime elezioni amministrative dopo la guerra, in seguito al decreto legislativo del 31 gennaio 1945 che riconosceva il diritto di voto alle donne maggiorenni.

Chi sono le madri costituenti?

Le madri costituenti sono le 21 donne elette all’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946 su 556 membri totali. Cinque di loro parteciparono direttamente alla Commissione dei 75 che redasse il testo della Costituzione. Tra le più note: Nilde Iotti, Teresa Noce, Maria Federici, Lina Merlin, Teresa Mattei. Furono protagoniste della scrittura dell’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso.

Quando è entrata in vigore la legge sul divorzio in Italia?

La legge sul divorzio (legge Fortuna-Baslini, n. 898) è stata approvata il 1° dicembre 1970. Nel 1974 fu sottoposta a referendum abrogativo, ma la maggioranza degli italiani, il 59,3% votò per mantenerla. È considerata una delle conquiste fondamentali della modernizzazione civile italiana.

Quando è stato abolito il delitto d’onore in Italia?

Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati abrogati definitivamente dalla legge n. 442 del 5 agosto 1981. Fino a quella data, in Italia, uccidere “per causa d’onore” la moglie, la figlia o la sorella comportava una pena drasticamente ridotta rispetto a un omicidio comune; e lo stupro veniva cancellato giuridicamente se lo stupratore sposava la vittima.

Quando lo stupro è diventato reato contro la persona?

La violenza sessuale è diventata reato contro la persona in Italia solo nel 1996, con la legge n. 66 del 15 febbraio. Prima di quella data, lo stupro era considerato reato contro la moralità pubblica e il buon costume, non contro la donna che lo subiva.

Quanti diritti delle donne italiane sono stati conquistati negli ultimi cinquant’anni?

La maggior parte. Il divorzio (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975), l’aborto (1978), l’abolizione del delitto d’onore (1981), il reato di violenza sessuale contro la persona (1996), lo stalking (2009), il riconoscimento legale del femminicidio (2013) e il Codice rosso (2019) sono tutti stati raggiunti dopo il 1970. Significa che le conquiste fondamentali delle donne italiane hanno meno di 60 anni.

Ottant’anni di Repubblica, per le donne italiane, sono un cammino fatto di leggi conquistate una alla volta, spesso con manifestazioni, scioperi, referendum, anni di battaglie. Le date che abbiamo elencato in questo articolo non sono solo numeri: sono i giorni in cui qualcosa è cambiato concretamente nella vita di milioni di persone. Festa della Repubblica, oggi, significa ricordare anche questo: che nessuna libertà nasce da sola, e che ogni diritto che abbiamo è stato pagato dal coraggio di qualcuna prima di noi.

Buon 2 giugno!

Perché non ci piace più andare a votare?