Si stava meglio quando si stava peggio? Questo è quello che ci dicono ma come va davvero la situazione? C’è una statistica che sta scritta a metà del rapporto annuale ISTAT su Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, e dice questo: nel 2013 in Italia i divorzi tra persone che avevano superato i sessant’anni erano 3.692 su un totale di 52.335 procedimenti. Dieci anni dopo, nel 2023, erano diventati 9.913 su un totale di 79.875. Si sono praticamente triplicati. Nel solo 2023, secondo l’elaborazione dell’ISTAT ripresa dal Corriere della Sera, oltre un divorzio italiano su quattro, il 26 per cento ha riguardato coppie con cinquant’anni o più.
È un dato interessante che forse andrebbe un attimo approfondito per capire come va la nostra società. Non siamo antropologi ma possiamo provare a capirci qualcosa in più… Forse siamo abituati a pensare al divorzio come a una vicenda di trentenni in crisi, o di quarantenni che hanno sbagliato il primo matrimonio e devono correggerlo. Il divorzio di una coppia che sta insieme da trentotto anni, che ha tre figli adulti, che ha appena pagato l’ultima rata del mutuo della casa di famiglia, è una cosa che per un riflesso culturale che fatichiamo a togliere ci pare quasi più una sciagura che un fatto sociale. Eppure è esattamente questa, oggi, la principale forma in cui il divorzio italiano sta crescendo. Mentre tra i giovani il numero di separazioni cala, tra gli anziani aumenta. Sotto gli occhi di tutti, è in corso una piccola rivoluzione antropologica. Si chiama grey divorce, e merita un nome che si pronunci ad alta voce.
L’inventrice del termine
La parola viene da Bowling Green, una piccola città dell’Ohio dove ha sede l’omonima università. Là, dal 1998, lavora una sociologa di nome Susan L. Brown, oggi Distinguished Professor di Sociologia e co-direttrice del National Center for Family and Marriage Research, l’unico centro di ricerca federalmente sostenuto dagli Stati Uniti che si occupa esclusivamente di famiglia e matrimonio. Nel 2010, Brown e la sua collega I-Fen Lin furono colpite da un caso che a noi italiani forse non dice nulla, ma che negli Stati Uniti fu una bomba: Al Gore e Tipper Gore, l’ex vicepresidente democratico e sua moglie, annunciarono la separazione dopo quarant’anni di matrimonio. Brown e Lin, da brave demografe, si chiesero se quel caso fosse isolato o se nascondesse una tendenza. Andarono a guardare i numeri. La risposta era contenuta in un dato che pubblicarono nel 2012 sul Journals of Gerontology, in uno studio diventato fondativo della letteratura mondiale sul tema: The Gray Divorce Revolution: Rising Divorce Among Middle-Aged and Older Adults, 1990-2010. Negli Stati Uniti, dal 1990, i divorzi tra persone con almeno cinquant’anni erano raddoppiati. Tra gli over 65, erano triplicati.
Era la prima volta che qualcuno mostrava in modo sistematico che il vero terreno di crescita del divorzio occidentale non erano più i giovani sposati di fresco, ma le persone che si lasciavano dopo decenni. Brown coniò allora il termine gray divorce divorzio grigio, in italiano corrispondente al “grey divorce” per descrivere il fenomeno. Da allora ha pubblicato più di quindici articoli scientifici sul tema, ed è oggi la massima esperta mondiale della materia. Nell’ottobre 2025 è stata ospite di Oprah Winfrey sul The Oprah Podcast, in una puntata interamente dedicata al grey divorce. Quando una sociologa accademica finisce da Oprah, significa che il tema è diventato cultura pop. È esattamente quello che è successo al grey divorce negli ultimi due anni.
L’Italia in numeri
Veniamo al nostro Paese, perché qui i dati sono particolarmente eloquenti. L’ISTAT pubblica ogni anno, di solito a novembre, il rapporto su matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi. Quello più recente, pubblicato il 22 novembre 2024, fotografa l’anno 2023 in modo netto: 184.207 matrimoni celebrati (-2,6% rispetto al 2022), 82.392 separazioni (-8,4%), 79.875 divorzi (-3,3%) (qui il rapporto integrale dell’ISTAT). Nel complesso, i divorzi italiani stanno calando. Il picco storico fu nel 2016 con 99.071 casi, sull’onda del divorzio breve introdotto nel 2015. Da allora, lentamente, il numero sta scendendo.
Ma, e qui sta il punto, il calo riguarda i giovani, non gli anziani. Mentre l’instabilità coniugale dei trenta-quarantenni si sta ridimensionando (anche perché ci si sposa molto meno e molto più tardi), quella dei sessantenni è in piena esplosione. La curva sale ripida come una rampa. Era 3.692 nel 2013, ha raggiunto i 9.913 casi nel 2023. Nei dieci anni che separano questi due numeri, l’Italia ha visto raddoppiare il divorzio tardivo, mentre quello giovanile si è dimezzato. È un controsenso solo apparente. È invece il segno di una transizione precisa: il baricentro del divorzio italiano si sta spostando dalle generazioni delle figlie a quelle delle madri.
Perché si lasciano (la sociologia dice tre cose)
Il consenso accademico sui motivi del fenomeno è ormai assestato. Le ragioni principali sono tre, e vale la pena nominarle nell’ordine corretto.
La prima si chiama aspettativa di vita. Una coppia che oggi raggiunge i sessant’anni, secondo i dati ISTAT più recenti sulle proiezioni demografiche, ha un’aspettativa media di vita di altri venticinque o trent’anni. La differenza con la generazione precedente, quella dei nostri nonni, che a sessant’anni si consideravano già anziani, è abissale. Vivere venticinque anni in un matrimonio che non funziona è un’impresa diversa dal viverne cinque. La matematica della felicità cambia con la lunghezza prevista del residuo di vita, e i sessantenni di oggi lo sanno. È brutale dirlo così, ma è la verità: chi si lascia a sessant’anni nel 2026 ha davanti, statisticamente, più tempo di chi si lasciava a quaranta nel 1985.
La seconda si chiama sindrome del nido vuoto. È un termine inflazionato, ma descrive bene una transizione reale: quando i figli escono di casa, le coppie si ritrovano sole, in molti casi per la prima volta dopo trent’anni. E si accorgono, è il momento più temuto della vita matrimoniale tardiva, secondo la letteratura specializzata, che durante quei trent’anni avevano costruito un’identità “di squadra” attorno alla genitorialità, e che senza quella squadra non sanno più che cosa siano l’uno per l’altra. Aggiungiamoci la pensione, che spesso porta marito e moglie a passare insieme dodici, quattordici, sedici ore al giorno dopo quarant’anni in cui ne passavano cinque, e abbiamo lo scenario perfetto per scoprire che la convivenza coniugale, senza i figli e senza il lavoro a fare da impalcatura, non regge.
La terza si chiama indipendenza economica femminile, ed è la più politica delle tre. Per generazioni, in Italia, una donna sopra i sessant’anni che voleva lasciare il marito si trovava in una posizione di impotenza materiale: non aveva un proprio reddito, non aveva una propria casa, non aveva una propria pensione. Restare era l’unica opzione razionale. Negli ultimi vent’anni questa equazione è cambiata. Le donne italiane sessantenni di oggi sono mediamente più istruite delle loro madri, hanno lavorato per buona parte della vita, hanno una pensione propria, anche se quasi sempre inferiore a quella maschile, e qui torneremo. Lasciare il marito, oggi, è materialmente possibile. È difficile, ma è possibile. E quando una cosa è possibile, prima o poi alcune persone la fanno.
«La matematica della felicità cambia con la lunghezza prevista del residuo di vita. Chi si lascia a sessant’anni nel 2026 ha davanti, statisticamente, più tempo di chi si lasciava a quaranta nel 1985.»
Le donne, sempre le donne
Ed è questo il punto che vale la pena sottolineare con cura, perché è coerente in tutte le ricerche internazionali. Negli Stati Uniti, in Italia, in Giappone, in Corea, in Europa centrale, il grey divorce è guidato in larga maggioranza dalle donne. Sono loro a chiedere la separazione, a varcare per prime lo studio dell’avvocato, a uscire di casa. Susan Brown, nella sua trentennale ricerca, ha calcolato che negli Stati Uniti circa il 70% delle separazioni tardive sono iniziate dal coniuge femminile. In Italia il dato non è altrettanto preciso ma la direzione è la stessa: le sociologhe italiane parlano di una netta maggioranza di iniziative femminili.
La spiegazione che la letteratura accademica restituisce è interessante: le donne, mediamente, escono dal matrimonio quando perdono la speranza che il matrimonio cambi. Gli uomini, mediamente, restano nel matrimonio fino a che possono. È una semplificazione, naturalmente, e ci sono mille eccezioni. Ma il pattern è solido. Lo conferma anche Laura Arosio, sociologa associata dell’Università Bicocca di Milano e tra le maggiori studiose italiane del fenomeno, in un’intervista rilasciata nel 2024 a La Repubblica: “Dietro i grey divorce ci sono due fattori: l’allungamento dell’aspettativa di vita e una diversa percezione culturale del matrimonio che ha raggiunto le fasce di età più avanzata. Pensiamo alle molte donne che oggi hanno raggiunto maggiore libertà e indipendenza finanziaria rispetto alle generazioni passate e non si sentono più costrette a restare nel nido familiare se infelici di esserlo”.
È una posizione politica, anche se la sociologa non la presenta così. Sta dicendo, in altre parole, che il grey divorce italiano è il segno tardivo di una rivoluzione femminista che ha impiegato due generazioni per arrivare alle donne di sessanta. Le ragazze che oggi hanno vent’anni hanno respirato un’autonomia che le loro nonne nemmeno potevano immaginare. Le donne che oggi hanno sessant’anni hanno costruito quella autonomia con fatica, decennio dopo decennio, e oggi la stanno usando. È il prezzo che il patriarcato italiano sta pagando in differita, e in fondo è anche giusto così.
Le conseguenze (che sono peggiori per le donne)
Detto questo, va dato anche l’altro lato del quadro. Il grey divorce italiano ha un costo, e ricade sproporzionatamente sulle donne. Sul piano economico, le pensioni femminili in Italia sono mediamente più basse di quelle maschili, alcune stime dell’INPS indicano un divario di circa il 30%, dovuto a vite lavorative più discontinue, carriere meno ambiziose, contributi più frammentati. Dopo un divorzio, quel divario diventa un problema concreto: la donna sessantenne che lascia il marito spesso si trova con metà del reddito di prima, con la necessità di trovare un alloggio in un mercato immobiliare che, nelle grandi città italiane è oggi proibitivo. Le esperte di diritto di famiglia parlano di una “povertà silenziosa” delle divorziate tardive: non sono indigenti, ma vivono peggio di prima, e spesso con un netto ridimensionamento del tenore di vita.
Sul piano psicologico, invece, gli studi indicano che il prezzo maggiore lo pagano gli uomini. La ricerca di Susan Brown, e le ricerche italiane più recenti, mostrano che gli uomini divorziati dopo i sessant’anni hanno tassi più alti di depressione, isolamento sociale e mortalità precoce rispetto alle donne nella stessa condizione. La ragione probabile, suggeriscono i ricercatori, è che gli uomini tendono ad affidare alla moglie la gestione della propria vita sociale: le amicizie sono “le amicizie della coppia”, le relazioni con i figli sono spesso mediate dalla madre, i progetti del fine settimana sono organizzati dalla donna. Quando il matrimonio si scioglie, l’uomo perde non solo una moglie ma l’intera infrastruttura affettiva. La donna, che spesso era già il nucleo di quella infrastruttura, la conserva. Pagherà di meno, ma starà meglio.
L’Italia nel quadro internazionale
Vale la pena allargare lo sguardo, perché il grey divorce italiano si inserisce in un fenomeno globale di proporzioni significative. Negli Stati Uniti, secondo i dati più recenti di Susan Brown ripresi da USA Today, oggi un americano su dieci che divorzia ha almeno 65 anni. Solo il 7,7% di tutti i matrimoni statunitensi attuali ha festeggiato le nozze d’oro: il 50% delle coppie americane, oggi, non arriva ai cinquant’anni di matrimonio per separazione o divorzio. In Giappone, i grey divorce rappresentano il 22% delle separazioni totali, una quota molto alta. In Corea del Sud è stato coniato il termine hwang-hon, che si traduce come “divorzio al crepuscolo“, una traduzione cosi precisa che meriterebbe un piccolo monumento.
In Europa, il fenomeno presenta una geografia precisa. Secondo uno studio di Eurostat citato dal Tirreno, tra il 2005 e il 2020 i divorzi tra over 50 sono aumentati in quasi tutti i Paesi UE, con i picchi più alti registrati in Germania, Francia e Svezia. I Paesi nordici sono in testa alla classifica anche in proporzione assoluta (Danimarca, Svezia). I Paesi mediterranei, Italia compresa, hanno percentuali ancora più contenute, ma la pendenza della crescita è più ripida proprio perché si parte da molto in basso. L’Italia, in particolare, mantiene uno dei più bassi tassi di divorzio dell’Unione, ma sta recuperando velocemente sul fronte dei divorzi tardivi.
C’è poi il fronte dei casi celebri, che hanno contribuito a portare il tema sui rotocalchi e nella conversazione pop. Nel 2010 i Gore. Nel 2019 Bill e Melinda Gates, dopo ventisette anni di matrimonio. Nel 2023 Meryl Streep e Don Gummer, separati dopo quarantacinque anni di matrimonio: il caso ha occupato le copertine di mezzo mondo, perché Streep aveva sempre raccontato la propria famiglia come modello di stabilità. Nello stesso anno Hugh Jackman e Deborra-Lee Furness, separati dopo ventisette anni. La lista si allunga ogni mese: la cultura pop ha smesso di considerare il grey divorce come scandaloso e ha cominciato a considerarlo come ovvio. È una piccola normalizzazione che, vista da una donna sessantenne italiana, può essere un permesso implicito a fare la stessa cosa.
Quello che vale la pena tenere a mente:
La prima: il grey divorce non è una sconfitta. Per molto tempo la nostra cultura ha letto la separazione tardiva come un fallimento “non sono riusciti ad arrivare alla vecchiaia insieme” quando invece, in molti casi, è la lucidità di chi ha capito che gli ultimi vent’anni di vita meritano di essere vissuti meglio dei primi quaranta. Smettere di considerarlo una sciagura è un’operazione culturale che il nostro Paese sta facendo lentamente, ed è giusto che la faccia.
La seconda: il fenomeno è strutturale, non passeggero. Tutti i dati internazionali indicano che il grey divorce è in crescita strutturale, non congiunturale. Non è un effetto della pandemia, non è una moda di un paio d’anni. È il risultato di tre fattori: aspettativa di vita, indipendenza economica femminile, cambio culturale del matrimonio che continueranno a operare per almeno i prossimi vent’anni. Significa che il prossimo decennio italiano avrà sempre più sessantenni che si separano. È giusto sapere come prepararsi a questa nuova fase storica anche da figli, da nipoti, da amici.
La terza: la rete sociale conta più della casa. Le ricerche sono chiare: chi affronta un grey divorce con una buona rete di amiche, figlie, sorelle, vicine di casa, sopravvive bene. Chi lo affronta da solo, soprattutto se uomo, soffre. Vale la pena ricordarcelo non solo per noi, ma per i nostri padri, per gli zii, per gli amici di famiglia. Un cinquantanovenne che sta per essere lasciato è una persona da cercare, non da lasciare al suo silenzio.
La quarta: l’economia di genere è ancora una battaglia in corso. Se le donne italiane di sessant’anni divorziano di più, è anche perché finalmente possono. Ma il prezzo che pagano è ancora alto: pensioni più basse, case più difficili da trovare, accesso al credito più complicato. Le politiche pubbliche di welfare per le donne anziane separate sono praticamente inesistenti in Italia. È un’agenda politica che meriterebbe attenzione, e che invece resta in silenzio.
La quinta: il finale dell’amore non coincide con il finale della vita. È una frase semplice che fatichiamo ad accettare culturalmente perché siamo cresciute con il mito del “per sempre”. Hollywood, Disney, le copertine delle riviste matrimoniali, le nozze d’oro pubblicate sui giornali locali. Ma la verità più matura, anche se più scomoda, è che alcuni amori finiscono prima di noi, e che continuare a stare insieme per inerzia non rende onore né all’amore che è stato né alla vita che resta. Le sessantenni italiane che oggi divorziano stanno dicendo questo, in fondo, e lo stanno dicendo con i fatti più che con le parole. Vale la pena ascoltarle.