In un momento in cui si osa pronunciare una parola obbrobriosa che scriveremo solo una volta ‘remigrazione’ capiamo meglio come siamo messi in fatto di lavoro domestico. C’è un’Italia che lavora dentro casa di un altro, e che pochissimi raccontano. È un Paese dentro il Paese: settecentoventisei mila donne, ottocentodiciassette mila persone in totale, una popolazione delle dimensioni di Genova per capirci meglio, registrata regolarmente nei registri INPS al 31 dicembre 2024. Sono colf, badanti, baby sitter. Puliscono i nostri pavimenti, accudiscono i nostri anziani, crescono i nostri bambini quando noi siamo al lavoro. Reggono letteralmente l’intero sistema italiano di assistenza alla famiglia, in un Paese in cui i servizi pubblici alla persona, la sanità di prossimità e la rete dei nidi non bastano da almeno trent’anni. E tuttavia, di loro, non parliamo mai, oppure solo se diventano notizie di cronaca nera.
Il 16 giugno è la Giornata Internazionale del Lavoro Domestico. La data non è casuale: cade nell’anniversario dell’adozione, esattamente quindici anni fa, della Convenzione n. 189 sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici, approvata dalla Conferenza Internazionale del Lavoro a Ginevra il 16 giugno 2011. Quel giorno, per la prima volta nella storia, è stato riconosciuto a livello di standard internazionale che pulire la casa di qualcun altro è un lavoro come gli altri. Che chi lo fa ha diritto a un orario, a un riposo, a un salario minimo, a una pensione, alla protezione sociale, alla libertà di associarsi sindacalmente. È stata una conquista. Quindici anni dopo, è anche e ancora una battaglia.
Il 16 giugno e i settantacinque milioni
Per inquadrare il fenomeno, partiamo dalla scala globale. Secondo l’ultimo rapporto comprensivo dell’ILO sul tema Making decent work a reality for domestic workers, pubblicato nel giugno 2021 in occasione del decennale della Convenzione nel mondo ci sono almeno 75,6 milioni di lavoratori domestici di età superiore ai quindici anni. Rappresentano il 4,5% del totale dei lavoratori dipendenti del pianeta. La schiacciante maggioranza è composta da donne: il 76% del totale, secondo la più recente stima ILO-WIEGO.
Sono numeri che, presi così, restano astratti. Diventano leggibili quando ci si aggiunge il dato che li rende strutturali: l’81% di questi 75,6 milioni di lavoratori opera in condizioni di informalità, cioè senza contratto regolare, senza protezione sociale, senza tutele giuridiche standard. E ancora: il 94% non gode di protezione sociale completa, cioè non ha copertura previdenziale, pensionistica e sanitaria adeguata (socialprotection.org, rapporto ILO 2022). Che significa che settantuno milioni di persone, in maggioranza donne, in maggioranza migranti, lavorano nelle case del mondo senza la rete di protezione che tutti gli altri lavoratori danno per scontata.
La Convenzione n. 189 ha cercato di cambiare questo stato di cose, fissando per la prima volta gli standard minimi di tutela. Quindici anni dopo, la ratifica internazionale procede a passo lento: al dicembre 2025, 37 Paesi avevano ratificato la Convenzione fra cui l’Italia, che l’ha ratificata il 22 gennaio 2013. Mancano all’appello, è bene ricordarlo, alcuni grandi datori di lavoro domestico nel mondo: gli Stati Uniti, la Cina, il Regno Unito, dove le condizioni di vita delle maids di Filippine, Sri Lanka, Bangladesh restano fra le più dure del pianeta.
L’Italia delle 817.403
L’Italia, in questo quadro, è uno dei Paesi a più alta densità di lavoratori domestici regolari del mondo industrializzato. È anche, simbolicamente, il Paese in cui le badanti più che ovunque in Europa, sono diventate una figura sociale collettiva, riconoscibile, parte del paesaggio domestico delle famiglie del ceto medio. L’Osservatorio INPS pubblica ogni anno, a giugno, i dati aggiornati sul settore. La pubblicazione del giugno 2025, la più recente disponibile, fotografa l’anno 2024 in modo netto: 817.403 lavoratori domestici regolarmente iscritti, in calo del 3% rispetto al 2023, terzo calo consecutivo dopo il picco del 2020-2021 dovuto alla regolarizzazione legata alla pandemia (Osservatorio INPS sui lavoratori domestici).
La fotografia anagrafica del settore è chiara, e parla quasi solo al femminile. L’88,9% dei lavoratori domestici regolari italiani è donna circa 726.589 donne contro 90.814 uomini (elaborazione dati INPS 2024). Il 68,6% è straniero: una proporzione altissima rispetto alla media degli altri settori produttivi italiani (Osservatorio DOMINA). La fascia d’età più rappresentata è quella tra i 55 e i 59 anni (il 18,6% del totale), mentre il 25,7% ha più di 60 anni e soltanto l’1,5% ne ha meno di 25 (Osservatorio INPS, 18 giugno 2025).
Sono dati che dicono una cosa precisa: il lavoro domestico in Italia non è un settore d’ingresso per giovani, è un settore di durata adulta, dove si lavora fino a oltre i sessant’anni perché ci si è dentro da decenni e perché spesso non esiste l’alternativa. È un settore in cui le ragazze di vent’anni non entrano quasi più né italiane né straniere perché nessuna ragazza di vent’anni, oggi, sceglie di pulire la casa di qualcun altro come progetto di vita (di solito e ovviamente non ci sarebbe alcun problema al riguardo se fosse una sua scelta).
Sul piano territoriale, il settore è concentrato al Nord-Ovest (30,7%), seguito dal Centro (27,6%), dal Nord-Est (19,9%), dal Sud (12,2%) e dalle Isole (9,6%). La Lombardia è la regione con il numero più elevato di lavoratori domestici regolari, 158.378, pari al 19,4% del totale nazionale; segue il Lazio con il 14,1%, la Toscana con l’8,8% e l’Emilia-Romagna con l’8,5% (elaborazione dati INPS 2024). È, in modo eloquente, la geografia della ricchezza italiana: dove ci sono soldi, ci sono case da pulire.
Il sorpasso storico: le badanti superano le colf
L’elemento più interessante dell’ultima rilevazione INPS è anche quello che racconta meglio la trasformazione strutturale del Paese. Nel 2024, per la prima volta nella storia delle rilevazioni statistiche italiane, la quota di lavoratori domestici impiegati come badanti (50,5%) ha superato quella delle colf (49,5%). È un sorpasso aritmeticamente piccolo, simbolicamente enorme. Significa che oggi, nelle case italiane, si paga più assistenza alla persona che pulizia della persona. Significa che la domanda principale del mercato del lavoro domestico non è più “ci serve qualcuno che pulisca“, ma “ci serve qualcuno che si prenda cura della nonna“.
Il dato si lega direttamente alla geografia demografica del Paese. L’Italia, ricordiamolo, è il Paese più anziano dell’Unione Europea: l’Istat stima che entro il 2050 la speranza di vita raggiungerà gli 84,3 anni per gli uomini e gli 87,8 per le donne, mentre la quota di popolazione in età attiva (15-64 anni) scenderà dall’attuale 63,5% al 54,3%. In soldoni il numero di anziani non autosufficienti aumenta, il numero di figli e nipoti disponibili a occuparsene diminuisce. La conseguenza prevedibile è una sola: la cura sarà sempre più esternalizzata a lavoratrici (e poche lavoratori) che vengono da fuori.
«Per la prima volta nella storia delle rilevazioni, in Italia si paga più assistenza alla persona che pulizia della casa. La domanda principale non è più “ci serve qualcuno che pulisca”, ma “ci serve qualcuno che si prenda cura della nonna”.»
Il Rapporto Family (Net) Work 2026, commissionato da Assindatcolf al Centro Studi IDOS e presentato a Roma a maggio scorso, fa una proiezione che dovrebbe entrare nelle agende di chi si occupa di politiche pubbliche. Entro il 2029, in Italia serviranno almeno 2 milioni e 211 mila lavoratori domestici tra colf e badanti: 1 milione e 144 mila colf e 1 milione e 68 mila badanti. Il 69% dovrà essere composto da lavoratori stranieri, in larga parte non comunitari. Cioè: tra tre anni avremo bisogno di circa 1 milione e 526 mila lavoratrici e lavoratori stranieri nelle case italiane. Più del doppio degli attuali iscritti regolari. È il numero di persone che dovrebbero arrivare in Italia, essere regolarizzate, formarsi, integrarsi, lavorare. Senza di loro, l’edificio del welfare familiare crolla.
Il problema che chiamiamo Decreto Flussi
La domanda che ne scaturisce è quella che in Italia abbiamo imparato a non porci: chi vorrebbe oggi venire a fare la badante in Italia? Le proiezioni del Rapporto Family (Net) Work mostrano che le nazionalità tradizionalmente più rappresentate nel settore sono Ucraina, Romania, Moldova, Filippine, Perù stanno invecchiando o restando in patria: la quota di badanti donne over 65 in Italia è passata dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Significa che una grossa parte delle assistenti familiari oggi attive in Italia si avvicina alla pensione, e che il ricambio generazionale non sta avvenendo. Le ragazze rumene e ucraine di vent’anni se l’Italia le interessasse non scelgono più di emigrare per fare le badanti. Vanno in Germania, in Polonia, in Inghilterra, oppure restano a casa propria perché lì il mercato del lavoro si è normalizzato.
Il Decreto Flussi, lo strumento attraverso cui l’Italia regola gli ingressi annuali di lavoratori non-UE, ha previsto per il triennio 2026-2028 quote consistenti per il settore domestico, ma ancora largamente insufficienti rispetto al fabbisogno reale stimato. Il rischio, esplicitato nel rapporto, è quello di una “sostituzione necessaria” bloccata sul nascere: il sistema italiano di cura familiare potrebbe trovarsi, da qui a cinque anni, senza lavoratrici in numero sufficiente, costringendo le famiglie a tornare alle reti parentali (cioè a chiedere alle figlie e ai figli di smettere di lavorare per occuparsi dei genitori anziani) oppure a rivolgersi al mercato nero. È un’ipotesi che merita attenzione politica, e che nessun partito sta affrontando seriamente.
Il sommerso che fa parte del paesaggio
I numeri INPS, 817 mila lavoratori regolari, riguardano soltanto la parte emersa del settore. La parte sommersa è almeno altrettanto grande, secondo le stime delle organizzazioni di categoria. Il Rapporto DOMINA 2026, l’altro grande osservatorio italiano sul lavoro domestico, stima che il totale delle persone coinvolte nel settore, sommando regolari e irregolari, superi i 3,3 milioni. È un dato che dovrebbe far riflettere chi si occupa di evasione fiscale: il settore domestico è, statisticamente, uno dei più sommersi dell’economia italiana, con percentuali di irregolarità che alcune stime calcolano oltre il 50%.
Le ragioni sono note. Il datore di lavoro domestico è quasi sempre una famiglia, non un’azienda; spesso una famiglia di anziani che non sanno come funziona la trafila contributiva, oppure una famiglia di ceto medio che sceglie di non regolarizzare per risparmiare cinque o seimila euro l’anno di contributi. La lavoratrice spesso accetta perché lo stipendio in nero è leggermente più alto, oppure perché non ha titolo di soggiorno per accedere al regolare. È un sistema che si autosostiene per inerzia. Lo Stato sa, tollera, ogni tanto fa una sanatoria. Le ultime tre regolarizzazioni: 2002, 2009, 2020, hanno fatto emergere centinaia di migliaia di persone, ma il bacino si è subito ricostituito. È diventato parte del paesaggio.
Cosa è cambiato in quindici anni, e cosa no
La Convenzione ILO n. 189 fissò, nel giugno 2011, alcuni principi semplici e radicali. Le lavoratrici e i lavoratori domestici hanno diritto alle stesse condizioni di base degli altri lavoratori: un orario, un riposo settimanale, un salario minimo, una protezione contro le molestie, l’accesso alla protezione sociale, la libertà di associarsi sindacalmente. In Italia, la maggior parte di questi diritti era già formalmente garantita da molti decenni ma è anche vero che la pratica ha sempre avuto rapporti incerti con la teoria. La Convenzione ha aiutato, soprattutto, a sdoganare un linguaggio: per la prima volta a livello internazionale, una lavoratrice domestica è stata chiamata lavoratrice, non donna di servizio, non collaboratrice familiare, non con uno dei tanti eufemismi che il Novecento ha inventato per evitare di nominare la cosa.
Quindici anni dopo, lo scenario italiano mostra progressi misurabili, la regolarizzazione del 2020 ha portato all’emersione di circa 200 mila persone, il CCNL è stato rinnovato nel 2020 con miglioramenti significativi sui livelli retributivi minimi ma anche limiti strutturali pesanti. Le tutele in caso di malattia, maternità, infortunio restano più deboli rispetto alla media degli altri settori. Il diritto alla disconnessione, per chi lavora in convivenza, è una formula più che una realtà. La formazione professionale è quasi inesistente: una badante che si occupa di un anziano con Alzheimer riceve formazione paragonabile a chi pulisce gli uffici, cioè quasi nessuna. E il sistema di mediazione e collocamento è privato, opaco, spesso costoso, con il rischio di abusi.
C’è anche, e va detto, un nuovo tema che sta emergendo nel 2026: la digitalizzazione dei servizi domestici. Ci sono app specifiche che si occupano di trovare delle persone per piccoli lavori in casa, per le pulizie, per l’assistenza domestica, è un cambiamento che ha alcuni effetti positivi, più trasparenza dei prezzi, maggiore tracciabilità ma anche rischi importanti: precarizzazione, frantumazione del rapporto di lavoro, esternalizzazione delle responsabilità di datore di lavoro alla piattaforma. È un terreno che la Convenzione del 2011 non aveva previsto e che ora andrebbe ripensato. È anche, prevedibilmente, il prossimo fronte sindacale.
Quello che vale la pena tenere in mente, dal 17 giugno in poi
Le giornate mondiali, l’abbiamo scritto pochi giorni fa, hanno il limite della loro brevità. Il 16 giugno passerà, e il lavoro domestico tornerà nello spazio in cui di solito si trova: una notizia ogni tanto, una sanatoria ogni dieci anni, una donna che muore o che viene maltrattata che diventa caso. Eppure, vale la pena tenere in mente alcune cose semplici, prima che la finestra si richiuda.
La prima: chiunque, in Italia, conosce qualcuno che ha o ha avuto una badante. È un settore che attraversa quasi tutte le famiglie del ceto medio italiano. La condizione contrattuale delle persone che lavorano nelle nostre case è una cosa che riguarda noi direttamente, non un fenomeno lontano. Se siamo datori di lavoro domestico, abbiamo l’obbligo etico oltre che, in alcune situazioni, legale di accertarci che il rapporto sia regolarizzato, che i contributi siano versati, che la nostra lavoratrice abbia accesso al riposo e alla copertura sanitaria.
La seconda: il settore tiene insieme il nostro welfare. Senza le 817 mila persone iscritte all’INPS, e senza i milioni che lavorano nel sommerso, l’Italia degli anziani non autosufficienti, più di 2,2 milioni di persone, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, semplicemente collasserebbe. Lo Stato non ha investito abbastanza nei servizi pubblici di assistenza domiciliare e nelle RSA per coprire quel fabbisogno; le famiglie hanno trovato la soluzione privata. È una soluzione che funziona, ma poggia sulle spalle di donne migranti che lavorano spesso in condizioni di solitudine e di sottoesposizione.
La terza, e forse la più importante: il futuro del lavoro domestico italiano dipende dalla nostra politica migratoria. I 2,2 milioni di lavoratori che serviranno nel 2029 non possono materializzarsi dal nulla. Devono essere persone che decidono di venire qui invece che andare in Germania o restare nel proprio Paese e che hanno la possibilità giuridica di farlo. Se l’Italia continuerà a rendere difficile l’ingresso regolare dei lavoratori non-UE, e contestualmente a non investire in alternative pubbliche, il sistema scoppierà. Non subito, ma presto. Ne pagheranno il prezzo le famiglie italiane, gli anziani, le lavoratrici già in Italia che si troveranno con carichi di lavoro insostenibili, e ancora una volta le donne più giovani, le figlie e le nipoti, che dovranno tornare a fare gratis quello che oggi paghiamo (poco) a qualcun altro perché faccia per noi.
La Convenzione n. 189 del 2011 voleva sottrarre il lavoro domestico all’invisibilità. Quindici anni dopo, è ancora invisibile nelle conversazioni pubbliche italiane, ma è diventato fondamentale nelle nostre case. Forse, per una volta, vale la pena guardare quelle persone come si guardano le persone, e non come si guarda lo sfondo.