La prima volta arrivò sotto forma di libro: era il maggio 1998, in Italia, quando la casa editrice fiorentina Salani pubblicò Harry Potter e la pietra filosofale con la traduzione di Marina Astrologo e le illustrazioni di copertina di Serena Riglietti. Avevamo dieci, undici, dodici anni. La seconda volta arrivò sotto forma di film: era il novembre 2001, esattamente venticinque anni fa nel 2026, quando Chris Columbus portò al cinema l’adattamento Warner Bros con Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint. Avevamo qualche anno in più, ma il libro lo conoscevamo già a memoria. È un destino editoriale-cinematografico molto raro: la stessa storia ci ha attraversate due volte, in forme diverse, a distanza di pochi anni. Le coordinate emotive sono doppie.

Per questa ragione il 2026 è un anno irripetibile. Cadono insieme tre eventi che, presi singolarmente, sarebbero stati significativi e che, presi insieme, fanno di questo un anno commemorativo come pochi altri. Il 16 novembre 2026 il film di Chris Columbus compirà venticinque anni esatti. Il 26 giugno 2026, il libro di Bloomsbury ne compie ventinove. E il 25 dicembre 2026, in contemporanea globale su HBO Max, debutterà la nuova serie televisiva, il primo di sette adattamenti previsti, un libro per stagione, nell’arco del prossimo decennio. Tre date che disegnano una linea temporale impressionante: 1997, 2001, 2026. Ventinove anni in mezzo. Quattro generazioni di lettori e spettatori.

Il giorno in cui Bloomsbury non sapeva cosa stava facendo

Vale la pena ricordare i fatti, perché sono diventati leggenda e nella leggenda hanno perso un po’ di precisione. Il 26 giugno 1997, una piccola casa editrice indipendente di Londra di nome Bloomsbury manda in libreria il primo romanzo di una scrittrice scozzese fino a quel momento sconosciuta. Il titolo: Harry Potter and the Philosopher’s Stone. La prima tiratura: cinquecento copie totali, di cui trecento destinate alle biblioteche scolastiche britanniche e duecento alle librerie. Il manoscritto era stato precedentemente rifiutato da dodici case editrici prima che la Bloomsbury, grazie anche al giudizio entusiastico di una bambina di otto anni, la figlia di uno degli editor, decidesse di puntarci.

L’autrice era una donna di trentun anni di nome Joanne Rowling, che aveva scelto lo pseudonimo “J.K.” perché l’editore le aveva consigliato di nascondere il proprio nome femminile per non perdere il pubblico dei ragazzi maschi. Aveva scritto il libro tra il 1990 e il 1995, in larga parte nelle caffetterie di Edimburgo, dove si rifugiava con la figlia neonata dopo un divorzio difficile e durante un periodo di forte precarietà economica. La storia editoriale di quel manoscritto, oggi materia di mille articoli su LinkedIn intitolati “Cosa ci insegna J.K. Rowling sulla resilienza”, era allora semplicemente la storia di una giovane madre single che cercava un editore. Non era una favola di successo. Era una favola di sopravvivenza.

In Italia il libro arrivò nel maggio 1998 grazie a Salani, una storica editrice fiorentina specializzata in letteratura per ragazzi, e ancora oggi Salani è l’editore italiano della saga. La traduzione fu affidata a Marina Astrologo e le illustrazioni di copertina a Serena Riglietti. La prima edizione italiana ha avuto un destino curioso, che vale la pena ricordare per il valore quasi antropologico che ha assunto nel tempo. Le case di Hogwarts furono inizialmente tradotte in modo diverso da come le conosciamo oggi: Tassorosso era Tassofrasso, Corvonero era Pecoranera. Il troll che mette in pericolo Harry, Hermione e Ron divenne genericamente “mostro”. L’esclamazione con cui Silente apre il banchetto l’iconico “Nitwit! Blubber! Oddment! Tweak!” fu tradotto come “Pigna! Pizzicotto! Manicotto! Tigre!“, una libertà creativa che generazioni di lettori italiani ricordano oggi con tenerezza. Le edizioni successive, riviste a partire dal 2011 sotto la consulenza di Stefano Bartezzaghi, hanno corretto questi termini riportandoli più vicini all’originale inglese. È stata un’operazione filologicamente corretta, ma molte lettrici della prima ora la considerano una piccola perdita affettiva. Tassofrasso, per chi ha letto il primo libro a dieci anni nel 1998, ha un suono diverso da Tassorosso. Era il nostro Tassofrasso.

Il 2001, Columbus, e la generazione che cresce due volte

Nell’autunno 2001, esattamente venticinque anni fa, secondo il calendario che Warner Bros. Discovery sta celebrando nel 2026 uscì al cinema il primo film della saga. Harry Potter e la Pietra Filosofale, regia di Chris Columbus, debuttò al cinema il 16 novembre 2001. Era una produzione Warner Bros. da 125 milioni di dollari di budget, con un cast di bambini sconosciuti, che adesso sono attori affermati: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, allora rispettivamente di dodici, undici e tredici anni e un cast adulto di leggende del cinema britannico: Maggie Smith, Alan Rickman, Richard Harris (poi Michael Gambon dal terzo film), Robbie Coltrane, John Hurt. Il film incassò oltre un miliardo di dollari al box office globale, e per anni fu uno dei film più visti della storia.

Per le bambine che avevano letto il libro nel 1998, vedere il film nel 2001 fu un’esperienza emotiva di altra natura. Avevamo passato tre anni a costruirci mentalmente Hogwarts, a immaginare i corridoi mobili, a disegnare nei quaderni di scuola lo Specchio delle Brame e il Cappello Parlante. Vedere quegli stessi luoghi tradotti in pixel e set veri, con bambini in carne e ossa che recitavano la parte dei nostri amici immaginari, fu un piccolo trauma e un piccolo dono. Per la prima volta, l’immaginazione collettiva di una saga letteraria globale veniva fissata in una versione visiva condivisa. Hermione, per tutte le bambine del mondo, da quel novembre del 2001 in poi avrebbe avuto il volto di Emma Watson. Era un’operazione di standardizzazione narrativa che la letteratura per ragazzi non aveva mai conosciuto a quel livello. È anche per questo che oggi, ventun anni dopo l’ultimo film della saga, la nuova serie HBO genera tanto rumore: ogni nuovo Harry Potter, ogni nuova Hermione, fa concorrenza diretta a una memoria sensoriale che molte di noi hanno fissato a undici anni.

Quello che Warner sta facendo nel 2026

L’anno commemorativo è stato pianificato in modo metodico da Warner Bros. Discovery, ed è giusto raccontarlo perché tutto si terrà nei prossimi mesi. Secondo il comunicato ufficiale ripreso dall’ANSA il 30 marzo 2026, il calendario celebrativo prevede: la Stagione della Burrobirra (marzo-maggio), il ritorno in sala del film di Chris Columbus nel corso dell’anno, il Compleanno di Harry Potter (31 luglio, data canonica del compleanno del personaggio), il Back To Hogwarts (agosto-settembre), e l’uscita della nuova serie HBO il 25 dicembre 2026, in contemporanea globale su HBO Max. È un’orchestrazione di marketing precisa, costruita per massimizzare la nostalgia generazionale e per traghettare il franchise verso il nuovo capitolo televisivo.

Sulla nuova serie HBO vale la pena fermarsi, perché è il vero evento del 2026. Si intitola Harry Potter and the Philosopher’s Stone (stesso titolo del libro e del primo film) e debutterà il 25 dicembre 2026 in contemporanea globale, Italia inclusa, sulla piattaforma HBO Max. La prima stagione sarà composta da otto episodi, con un episodio settimanale piuttosto che binge-watching. La regia è di Mark Mylod (il regista di alcuni degli episodi più memorabili di Succession e The Menu), la sceneggiatura di Francesca Gardiner (sceneggiatrice anche lei di Succession). Il piano editoriale prevede una stagione per ciascuno dei sette libri della saga, distribuite nell’arco del prossimo decennio.

HBO ha valutato 32.000 attori ai casting prima di scegliere i tre protagonisti, annunciati nel maggio 2025: Dominic McLaughlin (11 anni) sarà Harry Potter, Arabella Stanton (11) sarà Hermione Granger, Alastair Stout (12) sarà Ron Weasley. Le riprese sono iniziate ufficialmente il 14 luglio 2025 ai Leavesden Studios, gli stessi studi britannici di proprietà Warner Bros. dove furono girati gli otto film originali. Il trailer ufficiale, pubblicato a marzo 2026, è stato secondo The Hollywood Reporter il più visto della storia nei primi due giorni dall’uscita.

Perché ci ha conquistate (e perché restiamo affezionate)

Stabilita la cornice quantitativa, vale la pena fare un’osservazione qualitativa che le retrospettive entusiastiche tendono a saltare. Harry Potter non ha conquistato le bambine perché il protagonista era un eroe maschio, né perché la trama fosse particolarmente sofisticata sul piano letterario. Lo ha fatto per due ragioni che meritano di essere nominate con precisione. La prima si chiama Hermione Granger. Per la prima volta, in un libro per ragazzi di portata globale, la migliore amica del protagonista era una ragazzina intellettualmente superiore. Hermione era più brava a scuola di Harry, più precisa nelle pozioni di Ron, più colta, più memore, più ostinata. Non era la spalla romantica, non era la “ragazza da salvare”, non era ridotta a un ruolo di supporto. Era essenziale alla soluzione di ogni libro, e in molti momenti il vero motore narrativo. Per una generazione di bambine cresciute con Disney che proponeva principesse passive in attesa del bacio, Hermione era un’iniezione di realismo eroico: si poteva essere ragazzine e essere brave, e quella bravura aveva valore, anche se i compagni di classe ti chiamavano “secchiona”. È un dato che le femministe della letteratura per ragazzi hanno sottolineato a lungo, e che vale la pena ricordare oggi.

«Per la prima volta, in un libro per ragazzi di portata globale, la migliore amica del protagonista era una ragazzina intellettualmente superiore. Per una generazione di bambine cresciute con Disney, Hermione era un’iniezione di realismo eroico.»

La seconda ragione si chiama il senso del tempo. Rowling è riuscita a produrre, per quasi un decennio, un libro all’anno (con qualche pausa più lunga tra il quarto e il quinto) che cresceva in complessità tematica insieme ai suoi lettori. Il primo volume, del 1997, era un libro per bambini di otto-undici anni. L’ultimo, del 2007, era un romanzo più cupo, con morti drammatiche, dilemmi morali ambigui, finalità etiche complesse. Una bambina che cominciò a leggere la saga a otto anni nel 1997 e quindi una donna che oggi ha trentasette anni ha potuto completare la lettura del settimo volume a diciotto, in piena adolescenza. La narrazione cresceva con lei. È un esperimento di letteratura sequenziale che ha pochi precedenti nella storia editoriale del Novecento, e che ha contribuito a creare un legame quasi parentale tra autrice e lettori. Forse per questo oggi il rapporto è così emotivamente complicato.

Quello che è successo dopo (e che non potevamo prevedere)

Veniamo alla parte più difficile, perché va affrontata con onestà e senza prendere posizione politica, ma anche senza minimizzare. Dal 2019-2020 J.K. Rowling è al centro di una controversia internazionale legata alle sue posizioni pubbliche sulle persone trans. La cronologia è precisa, ed è importante riferirla in modo corretto perché il dibattito è spesso confuso.

Nel dicembre 2019 Rowling pubblicò un tweet di solidarietà a Maya Forstater, una consulente fiscale britannica che era stata licenziata per alcuni tweet ritenuti contrari ai diritti delle persone trans. Il 6 giugno 2020 Rowling pubblicò una serie di tweet che reagivano a un titolo giornalistico che usava l’espressione “persone che mestruano” (un linguaggio inclusivo per uomini trans e persone non binarie), espressione che lei considerava un’erosione della parola “donne”. Quattro giorni dopo, il 10 giugno 2020, Rowling pubblicò sul proprio sito personale un saggio di circa 3.700 parole intitolato J.K. Rowling Writes about Her Reasons for Speaking out on Sex and Gender Issues, in cui esplicitava i suoi “cinque motivi” di preoccupazione sull’attivismo trans contemporaneo (Saggio integrale sul sito ufficiale di J.K. Rowling, 10 giugno 2020). Negli anni successivi Rowling ha continuato a intervenire sul tema, soprattutto via X (Twitter), e nel maggio 2025 ha lanciato il J.K. Rowling Women’s Fund, un fondo legale per “individui e organizzazioni che difendono i diritti basati sul sesso delle donne nei luoghi di lavoro, nella vita pubblica e negli spazi femminili protetti“.

La reazione è stata articolata. Numerosi attori protagonisti della saga cinematografica hanno preso posizione critica, in particolare Daniel Radcliffe (Harry Potter), Emma Watson (Hermione Granger), Rupert Grint (Ron Weasley) e Eddie Redmayne (Newt Scamander della saga Animali Fantastici). Daniel Radcliffe scrisse nel giugno 2020, attraverso la fondazione LGBTQ+ The Trevor Project: “Transgender women are women. Any statement to the contrary erases the identity and dignity of transgender people”  “Le donne trans sono donne. Qualsiasi affermazione contraria cancella l’identità e la dignità delle persone trans”. Emma Watson scrisse: “Trans people are who they say they are and deserve to live their lives without being constantly questioned”. Il caso è tornato di attualità nel 2026 anche per via della nuova serie HBO. J.K. Rowling è coinvolta come produttrice esecutiva, fatto che ha generato un’ulteriore ondata di dibattito tra fan e attivisti per i diritti trans. A questo si è aggiunta, nel marzo 2026, la denuncia pubblica dell’attore britannico Paapa Essiedu, di origini ghanesi, che interpreta Severus Piton nella nuova serie: Essiedu ha rivelato di aver ricevuto minacce di morte e insulti razzisti sui social media, in parte perché il personaggio di Piton è descritto come bianco nei libri di Rowling.

A spasso per la Londra di Harry Potter

Il dilemma che ci è rimasto

Il punto, per noi lettrici e spettatrici che oggi abbiamo tra i venti e i quarant’anni e che amavamo Harry Potter, è precisamente questo. Non si tratta di stabilire chi ha ragione tra Rowling e i suoi critici, è un dibattito complesso, su cui le posizioni sono molte e le evidenze scientifiche, mediche e culturali in evoluzione continua. Si tratta, su un piano molto più personale, di capire come gestire il legame affettivo con un’opera che è stata fondativa della nostra identità di lettrici, quando l’autrice di quell’opera ha preso posizioni che non condividiamo affatto.

Le risposte che le lettrici hanno trovato negli ultimi anni sono varie, e nessuna è universalmente corretta. C’è chi continua a leggere e a rileggere la saga, distinguendo opera e autrice (“l’opera, una volta pubblicata, appartiene ai lettori” è una posizione filosoficamente seria, sostenuta da molti critici letterari). C’è chi ha smesso di acquistare nuovi prodotti del franchise, scegliendo di non sostenere economicamente l’autrice. C’è chi compra solo edizioni di seconda mano, per non far entrare nuove royalty nelle sue tasche. C’è chi sta crescendo i propri figli con la saga, ma con una conversazione esplicita sull’autrice. C’è chi ha semplicemente messo i libri in cantina e ha deciso di non parlarne più. C’è chi guarderà la serie HBO a Natale, e chi ha già deciso di non guardarla. Sono tutte risposte legittime. Nessuna è eroica, nessuna è vile.

Il dilemma, separare l’opera dall’autore, è uno dei più antichi della critica letteraria. Si pone con Wagner, antisemita e geniale compositore. Con Heidegger, filosofo del Novecento e iscritto al partito nazista. Con Picasso, pittore rivoluzionario e uomo che usò violenza psicologica su tutte le donne della sua vita. La regola che vale per loro, intuitivamente, dovrebbe valere anche per Rowling. Eppure il caso Rowling è diverso, e va riconosciuto: gli altri sono morti. Le loro opere sono nel passato. Rowling è viva, attiva pubblicamente, ed è produttrice esecutiva della nuova serie HBO che vedremo a Natale. Ogni nuovo libro che vendiamo, ogni biglietto che paghiamo per un parco a tema, ogni stagione che guardiamo della futura serie contribuisce direttamente al suo patrimonio e quindi, indirettamente, alle attività che porta avanti pubblicamente. È un nodo morale che le persone morte non possono porci, perché non beneficiano più dei nostri acquisti. Rowling sì.

Come celebrare questo doppio anniversario di Harry Potter?

La prima cosa da sapere: il fenomeno Harry Potter resta uno dei più grandi della storia editoriale e cinematografica, e questo è un dato di fatto storico che nessuna controversia può cambiare. Seicento milioni di copie vendute in 85 lingue non si discutono. Sette miliardi e settecento milioni di dollari di incassi cinematografici non si discutono. Hermione Granger ha cambiato per sempre il modo in cui le bambine occidentali si pensano. Il rito generazionale di aspettare l’uscita del prossimo libro per leggerlo in due notti d’estate ha unito milioni di persone in un’esperienza condivisa. Sono fatti che meritano di essere riconosciuti, indipendentemente da tutto il resto.

La seconda: il rapporto tra autore e opera è un dilemma reale, non un esercizio retorico. Chiunque ti dica che la risposta è facile, in un senso o nell’altro, ti sta semplificando un dibattito che semplice non è. Le persone più riflessive che hanno scritto sul tema sono quelle che hanno ammesso di non avere una risposta definitiva, di averla cambiata almeno una volta, di sentire ancora oggi un’oscillazione interna. Questa onestà è la cosa più rispettabile.

La terza: vale la pena chiedersi cosa dire ai propri figli. Una mamma quarantenne italiana che oggi sta crescendo una bambina di otto anni ha davanti la decisione concreta: le regalo la saga? Le porto al cinema a vedere il film rimasterizzato a novembre? Le faccio guardare la serie HBO a Natale? Le dico la storia dell’autrice? Aspetto che sia un po’ più grande? Non c’è una risposta giusta. C’è la consapevolezza che, per la generazione delle nostre figlie, Harry Potter non sarà mai più un libro o un film innocenti come sono stati per noi. Il contesto culturale è cambiato. La conversazione è cambiata. Va bene così, in fondo: anche noi siamo cresciute leggendo libri che hanno richiesto, anni dopo, una rilettura più adulta.

La quarta, e la più personale: l’amore per una storia non ha bisogno di essere giustificato. Se a trentasette anni il primo capitolo della Pietra Filosofale ti fa ancora venire un sorriso, se vedere il volto di Maggie Smith come Minerva McGranitt ti commuove come ti commuoveva nel 2001, se senti già la curiosità di guardare il primo episodio della serie HBO il 25 dicembre 2026 è perché quella storia ti ha tenuto compagnia in serate di solitudine adolescenziale, ti ha insegnato che il coraggio non è l’assenza di paura ma andare avanti nonostante la paura, ti ha dato un’amica immaginaria che si chiamava Hermione e che leggeva troppi libri come te. Questo amore appartiene a te, non all’autrice. Non c’è bisogno di rinnegarlo per essere persone moralmente attente. Non c’è bisogno di difenderlo per essere persone moralmente coerenti. Esiste, è tuo, e merita di essere chiamato con il suo nome: una piccola, grande, complicata forma di gratitudine biografica. Niente di più. Ed è già moltissimo.

MaZ

Dormire come Harry Potter