“Il 2026 è il nuovo 2016″, la frase ha iniziato a circolare l’ultimo giorno del 2025 e nel giro di poche settimane è diventata un fenomeno di massa. Su TikTok le ricerche per “2016” sono schizzate del 450 per cento nella prima settimana di gennaio, e si contano a milioni i video che rievocano quell’anno a colpi di Pokémon Go, Mannequin Challenge e filtri a corona di fiori di Snapchat. Dieci anni dopo, insomma, abbiamo deciso che il 2016 fosse un posto bellissimo in cui tornare. La domanda interessante, più che il come, è il perché. Perché proprio quell’anno, e perché proprio adesso.

Come è cominciato tutto

Il punto di partenza è curiosamente preciso. Il 31 dicembre 2025 un montaggio di momenti simbolo del 2016 diventa virale su TikTok, e il primo gennaio qualcuno propone quella data come “giorno del reset“, buono per riportare in vita le mode di internet di dieci anni prima. Nasce così l’hashtag #BringBack2016, e la macchina si mette in moto. Gli utenti rifanno le challenge dell’epoca, rispolverano le canzoni, ripostano le foto dai colori ultrasaturi tipici dei primi iPhone. Perfino le classifiche se ne accorgono, con “Lush Life” di Zara Larsson che a inizio 2026 torna a circolare. A tornare non è solo la musica di Drake, The Weeknd, Justin Bieber e The Chainsmokers. È un intero immaginario: il dab (foto cover con la mossa di danza che andava di moda nel 2016), la Bottle Flip Challenge, le app Vine e Dubsmash, i filtri Snapchat con le orecchie da cucciolo, i tormentoni cinematografici da La La Land a Stranger Things alla prima stagione. Un mondo intero, impacchettato e riproposto come un’estate che non vorremmo fosse mai finita.

Perché proprio il 2016

Il bello è che il 2016, a guardarlo con onestà, non fu affatto un anno sereno. Eppure la memoria collettiva ha fatto una cernita precisa, tenendo la cultura pop e scartando tutto il resto, a partire dagli eventi politici che lo resero turbolento. Questa nostalgia si concentra su moda, musica e social, e sorvola con cura sulla cronaca. Il 2016 che rimpiangiamo è una versione addolcita, un greatest hits senza le tracce scomode. Quello che lo rende magnetico è la sua posizione nel tempo. Il 2016 è l’ultimo anno “prima“: prima della pandemia, prima che l’intelligenza artificiale generativa riempisse gli schermi, prima che il costo della vita diventasse un’ossessione quotidiana. Era un’epoca in cui uscire, ordinare una cena o guardare una serie costava meno, perché le piattaforme tenevano bassi i prezzi per conquistare utenti. Non è un caso che a guidare la nostalgia sia soprattutto chi allora era adolescente e oggi affronta un mondo più caro e più incerto.

Cosa ci manca davvero

Qui sta il nocciolo della questione. Ciò che rimpiangiamo non è il 2016 in sé, con i suoi brani e i suoi meme: è la sensazione del prima, la leggerezza di quando il futuro sembrava ancora una promessa e non una fonte d’ansia. Lo spiega bene lo psicologo Clay Routledge: più le persone sentono il mondo attraversato da grandi cambiamenti, più diventano vulnerabili alla nostalgia. Davanti all’incertezza, torniamo con la mente agli anni in cui ci sentivamo al sicuro, in cerca di conforto e di una direzione. Vista così, l’ondata del 2016 somiglia meno a un gioco e più a un piccolo sintomo. Rievocare il dab e i filtri a fiori è un modo per dirsi, senza drammi, che ci piacerebbe tornare a respirare come allora. La nostalgia diventa una coperta calda, utile e innocua, a patto di sapere che resta una coperta.

La nostalgia che accelera

Un ultimo dettaglio dovrebbe farci riflettere. Per decenni la nostalgia ha funzionato con un ritmo preciso, quello dei vent’anni: negli anni Novanta si rimpiangevano i Settanta, nei Duemila gli Ottanta, in un ciclo ordinato di una generazione. Oggi quel ciclo si è dimezzato, e già a dieci anni di distanza sentiamo il bisogno di tornare indietro. È il segno di quanto il mondo corra in fretta, al punto che perfino il recente ci sembra già un’altra era, degna di essere ricordata con un filtro sgranato. Forse il modo più sano di vivere questa moda è godersela per quello che è, un amarcord collettivo e un po’ ironico. Poi, chiusa l’app, provare a guardare il 2026 con la stessa indulgenza con cui tra dieci anni, c’è da scommetterci, lo rimpiangeremo.

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