Ti è appena successo. Hai letto “una canzone ci resta in testa” e, con un po’ di sfortuna, il cervello ha già tirato fuori dall’archivio quel ritornello che ti perseguita da giorni. Benvenuta nel club: capita a quasi tutti, in media più volte a settimana. Il fenomeno ha perfino un nome tecnico, e una piccola scienza alle spalle.

Si chiama “earworm” (e il verme non c’entra)

In inglese lo chiamano earworm, “verme dell’orecchio”, ma è solo la traduzione letterale del tedesco Ohrwurm. Gli studiosi preferiscono un’espressione meno inquietante: immaginazione musicale involontaria (in sigla INMI). È quel frammento di musica, di solito un pezzetto di ritornello di 15-30 secondi, che parte da solo nella mente e si ripete in loop, senza che noi lo abbiamo chiamato. Non è un disturbo: è un’esperienza normalissima e quasi universale. Solo che, come tutte le cose che non controlliamo, ci incuriosisce e a volte ci esaspera.

Perché certe canzoni si “incollano” più di altre

Non tutti i brani hanno lo stesso potere ipnotico. Alcuni ricercatori, tra cui il gruppo della Goldsmiths University di Londra, che sul tema ha raccolto migliaia di testimonianze, hanno provato a individuare gli ingredienti del motivetto perfetto. Ne emerge un identikit ricorrente:

  • Un tempo piuttosto veloce, che invita quasi a muoversi.
  • Una melodia semplice e riconoscibile, con un andamento facile da seguire, non lontano da quello delle filastrocche.
  • Un dettaglio inatteso: un salto di note, un intervallo insolito, una piccola stranezza che rompe la prevedibilità e “marchia” il brano nella memoria.

In altre parole: abbastanza facile da ricordare, ma con un guizzo che lo rende unico. È la stessa formula, non a caso, dietro i tormentoni estivi e i jingle pubblicitari costruiti a tavolino per non uscire più dalla testa.

Perché il cervello lo mette in loop

Capito cosa si incolla, resta il mistero del perché il cervello lo ripeta all’infinito. Le spiegazioni sono diverse e si intrecciano. La prima ha a che fare con l’esposizione recente: se hai ascoltato un brano poco fa, o molte volte, è pronto in prima fila. Basta un innesco, una parola, un ritmo, un’associazione e riparte. La seconda riguarda lo stato della mente. Gli earworm amano i momenti di bassa attenzione: quando siamo sotto la doccia, in fila, mentre svolgiamo un compito automatico. La mente vaga, e la musica riempie il vuoto. Non è un caso che tornino nei periodi di stress o di noia. La terza è la più elegante: l’effetto della cosa incompiuta. Secondo un principio noto in psicologia, la mente tende a fissarsi su ciò che è rimasto in sospeso. Un ritornello ascoltato a metà, o una canzone interrotta, resta “aperto” e il cervello, quasi per pignoleria, continua a riproporlo cercando di chiuderlo.

A chi capita di più

Praticamente a tutti, ma non allo stesso modo. Chi ha a che fare con la musica in modo intenso musicisti, appassionati, chi ascolta tanto tende ad avere earworm più frequenti e più lunghi. Contano anche i tratti di personalità e lo stato emotivo: nei periodi di tensione i motivetti si fanno più insistenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, restano un fenomeno del tutto benigno, a volte perfino piacevole.

Come liberarsene (metodi collaudati)

E veniamo alla domanda che conta: come si spegne? Alcune strategie hanno una base seria.

  • Ascolta la canzone per intero. Chiudere il “cerchio” incompiuto spesso spegne il loop meglio che evitarla.
  • Mastica un chewing gum. Sembra bizzarro, ma un esperimento dell’Università di Reading ha rilevato che l’azione di masticare interferisce con la “voce interna” che ripete la melodia.
  • Distraiti con un compito medio-impegnativo. Non troppo facile (la mente resterebbe libera di canticchiare), non troppo difficile: un enigma, una lettura, una conversazione.
  • Sostituisci il motivo con un’altra canzone “cura” anche se il rischio, ovviamente, è che l’antidoto diventi il nuovo veleno.

In fondo, è un piccolo miracolo

Vale la pena ribaltare la prospettiva. Un earworm è la prova che nella nostra testa vive un juke-box privato, capace di riprodurre musica con una fedeltà sorprendente, senza cuffie e senza connessione. È il segno di quanto la musica sia intrecciata alla memoria e alle emozioni, così tanto da tornare a trovarci quando meno ce lo aspettiamo. Quindi sì, quel ritornello che non ti molla è fastidioso. Ma è anche il modo in cui una canzone che ti è entrata dentro ti ricorda, ostinata, che c’è ancora.

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