C’è una parola che negli ultimi anni è entrata con forza nel lessico del lavoro e che merita di essere capita fino in fondo: straining. Cos’è quindi? Non è solo l’ennesimo anglicismo a effetto, ma un fenomeno concreto che colpisce sempre più professionisti, spesso senza che se ne rendano conto subito. Il termine viene dal verbo inglese to strain ovvero sforzare, mettere sotto pressione e indica una forma di stress lavorativo cronico legato a comportamenti ostili e prolungati da parte del datore di lavoro o dei colleghi. Non si tratta di mobbing in senso stretto, ma di una pressione costante e sottile che, alla lunga, può logorare la vita professionale ed emotiva di chi la subisce.
Che cos’è davvero lo straining
A differenza del mobbing, che prevede un insieme sistematico di atti persecutori e ripetuti, lo straining può manifestarsi anche attraverso pochi episodi, ma di grande impatto. Immagina di essere messo improvvisamente in disparte in un team, escluso da riunioni importanti o caricato di mansioni poco significative rispetto alle tue competenze. Non parliamo di conflitti isolati o di divergenze fisiologiche sul lavoro, ma di una strategia più o meno consapevole volta a sminuire e isolare la persona nel lungo periodo. Secondo diversi studi in ambito psicologico e giuslavoristico, questo tipo di pressione è particolarmente pericoloso perché agisce in modo silenzioso. Non lascia segni visibili immediati, ma incide su autostima, motivazione e performance. E, cosa più grave, ha ripercussioni anche sulla salute: insonnia, ansia, malessere generale e, nei casi peggiori, depressione.
Perché oggi se ne parla di più
Viviamo in un’epoca di grande esposizione professionale. La competitività è aumentata, i ruoli si trasformano rapidamente e le aziende sono sempre più concentrate su efficienza e risultati. In questo contesto, lo straining trova terreno fertile: bastano poche decisioni manageriali poco attente al fattore umano per innescare una spirale negativa. Le nuove generazioni, abituate a parlare più apertamente di benessere mentale e diritti sul lavoro, hanno contribuito a portare il tema al centro del dibattito. Laddove in passato il disagio veniva silenziato o considerato “normale stress da ufficio”, oggi è più facile riconoscere che certi comportamenti non sono semplicemente parte del gioco, ma un problema che mina la dignità del lavoratore.
Straining: come riconoscerlo
Lo straining non ha un “manuale d’istruzioni”, ma ci sono segnali ricorrenti: sentirsi esclusi dalle decisioni, notare che i propri compiti vengono sistematicamente ridimensionati, percepire una svalutazione costante delle proprie competenze. Non sempre c’è un atto esplicito di aggressività; spesso è l’insieme delle piccole fratture quotidiane a costruire il danno. Il rischio maggiore è l’abitudine: si finisce per considerare “normale” essere trattati in quel modo, e per convivere con il malessere fino a quando diventa ingestibile. E cosa si può fare? Se lo straining viene riconosciuto e affrontato per tempo, si può spezzare la catena. Parlare con figure di riferimento interne, come HR o manager illuminati, può essere un primo passo. In alcuni Paesi europei, Italia inclusa, esiste anche un riconoscimento giuridico: lo straining è stato riconosciuto dai tribunali come condotta lesiva e discriminatoria, quindi può avere tutele legali.
Ma al di là del piano normativo, la vera sfida è culturale. Le aziende devono capire che ignorare il problema non solo genera costi umani, ma anche economici: meno produttività, più assenteismo, più turnover. Investire in ambienti di lavoro inclusivi e rispettosi non è buonismo, è strategia. Lo straining è una di quelle problematiche sottili che raccontano molto del nostro tempo: ci ricorda che il lavoro non è solo performance, ma anche relazione, rispetto e riconoscimento. In un’epoca in cui i talenti scelgono sempre più le aziende in base ai valori, ignorare il benessere dei dipendenti non è solo rischioso, è miope. Il futuro del lavoro passerà da qui: dalla capacità di creare luoghi in cui le persone non siano solo “risorse” da spremere, ma individui da valorizzare. Perché il vero capitale di un’azienda non è solo economico: è umano.