C’era una volta Girls. C’erano Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna. C’era una generazione di ventenni disilluse, irrequiete, brillanti e sgangherate che dicevano troppo, sbagliavano tutto e, nel farlo, ridefinivano cosa significasse essere reali in televisione. Poi Lena Dunham è sparita dai radar per un po’, tra polemiche, libri, matrimoni indie e collaborazioni meno pop.
Ora è tornata. E lo ha fatto con una serie che si chiama, in modo programmatico, Too Much. Che è anche la miglior sintesi della sua scrittura da sempre: troppo onesta, troppo emotiva, troppo scomoda per essere digerita in modo indolore. Ma anche troppo brillante per essere ignorata.
Una rom‑com sì, ma filtrata da Dunham
La trama, sulla carta, sembra quella di una commedia romantica classica: Jessica (interpretata da Megan Stalter, perfetta nel suo caos esistenziale da TikTok star mancata), newyorkese dal cuore spezzato, si trasferisce a Londra per cercare di rifarsi una vita. Incontra Felix (Will Sharpe, che già avevamo amato in The White Lotus 2), un musicista brit con l’aria trasandata e lo spleen generazionale cucito addosso.
Fin qui, tutto quasi “normcore”. Ma Dunham trasforma il cliché in autopsia. Ogni scena è un piccolo sismografo emotivo: ci si innamora, sì, ma con disagio, ansia sociale, errori comunicativi e un costante monologo interno fatto di mille dubbi e troppe emoji sbagliate.
Non è una serie che ti coccola. È una serie che ti osserva mentre scrolli la home di Instagram, ti mette uno specchio davanti e ti chiede: è davvero così che vuoi vivere l’amore? Spoiler: probabilmente no, ma la verità fa ridere. E poi piangere. Ma in quel pianto c’è qualcosa di straordinariamente liberatorio.
Jessica è la sorella maggiore di Hannah
Se Girls parlava dell’egoismo sfrenato dei vent’anni, Too Much parla della vulnerabilità sfiancata dei trentacinque. Jessica è una donna che ha già vissuto un amore importante, che ha già fallito, che non cerca più la carriera perfetta né la relazione da copertina. Cerca qualcosa di meno definibile e più necessario: qualcuno che la veda davvero, anche quando non è brillante, sexy, o funzionale.
In questo senso, Dunham continua il suo lavoro più importante: normalizzare le donne che non performano bene il ruolo della “ragazza simpatica” o “della fidanzata carina”. Donne che fanno figure di merda. Donne che parlano troppo, che si sporcano le mani, che si pentono, che si reinventano. Donne che sono stanche, ma vanno avanti.
L’estetica del caos lucido
Visivamente, Too Much è bellissima. È un continuo dialogo tra la frenesia disordinata di New York (nei flashback) e la malinconia raffinata di Londra. La colonna sonora è un mix perfetto tra indie-pop intellettuale e pezzi trash che ascolteresti da sola, col vino, mentre mandi un messaggio che poi cancellerai subito. Ogni dettaglio sembra dirti: sì, puoi essere complessa e sexy e sbagliata nello stesso momento. E, anzi, proprio lì, nel troppo, sta il vero fascino.
Dunham insegnaci la vita
Lena Dunham ha sempre scritto dal punto di vista di chi non si è mai sentita “abbastanza” e ora rivendica il contrario. Too Much è una dichiarazione di intenti: essere troppo sensibili, troppo intense, troppo strane non è un difetto, è un’identità. È una forma di resistenza contro la pressione a essere contenute, “curate”, equilibrate.
Nel 2025, quando anche la body positivity è stata cooptata dalle pubblicità dei rasoi e l’autoironia è diventata uno sticker su Instagram, Dunham ci ricorda cosa vuol dire realmente raccontare la vulnerabilità.
Guardare Too Much è come sentirsi dire “ti capisco” per la prima volta.
Forse la serie non piacerà a tutti. Forse è troppo strana, troppo lenta, troppo disordinata. Ma se ti ci ritrovi, anche solo un po’, sarà come sederti su un divano stropicciato con la tua versione peggiore – e scoprire che ti fa ancora ridere. Perché essere troppo non è un problema. È, finalmente, una virtù.
Postilla:
Se Girls era l’inizio di una conversazione su cosa vuol dire essere donna in un mondo che ti chiede sempre troppo, Too Much è il seguito maturo, stanco, ma ancora appassionato. La prova che Lena Dunham è ancora, sorprendentemente, una delle penne più autentiche della sua generazione. E stavolta non ha nessuna intenzione di scusarsi.