Il PDRN è diventato una piccola ossessione collettiva. Promette di rigenerare la pelle, stimolare il collagene e restituire luminosità, e per questo è finito nei sieri più desiderati e nei trattamenti di medicina estetica. Il dettaglio che ha acceso la curiosità è la sua origine, perché nella versione più diffusa questo attivo si ricava dal DNA del salmone. Ed è proprio qui che entra in gioco la novità di cui parliamo oggi: accanto al PDRN di origine ittica è arrivata una versione vegetale, che risponde alle stesse promesse con un’anima plant-based. Capire la differenza, e soprattutto come riconoscerla in etichetta, è più utile di quanto sembri.

Che cos’è il PDRN

Partiamo dalle basi, perché la sigla intimidisce più del dovuto. PDRN sta per polideossiribonucleotide, ovvero una miscela di frammenti di DNA. Una volta sulla pelle, questi frammenti vengono scomposti e rilasciano molecole, in particolare l’adenosina, che innescano processi di riparazione dei tessuti. Tradotto in pratica, all’attivo vengono attribuiti un effetto rigenerante, uno stimolo alla produzione di collagene e una spiccata azione lenitiva e antinfiammatoria. Ragioni più che sufficienti per spiegare perché sieri e trattamenti al PDRN siano ovunque, dalla K-beauty agli studi di medicina estetica.
Nella sua forma più nota e più studiata, il PDRN si ricava dallo sperma di salmone o di trota, scelto perché il suo DNA è particolarmente affine a quello umano. Da qui il soprannome, un po’ sensazionalistico, di skincare “al DNA di salmone“, che tanto ha fatto parlare sui social.

PDRN, polinucleotidi e peptidi: guida onesta agli ingredienti

Esiste anche in versione vegetale

Per chi segue uno stile di vita vegano, o semplicemente preferisce evitare ingredienti di origine animale, la ricerca cosmetica ha messo a punto delle alternative. Si parla di PDRN vegetale, chiamato anche phyto PDRN quando deriva dalle piante, oppure di versioni ottenute per fermentazione a partire da microrganismi. Le fonti vegetali più citate sono ginseng, rosa, riso, tè verde, centella, avena e alghe, mentre sul fronte della fermentazione si lavora con lieviti e lattobacilli. Il vantaggio più immediato è l’anima plant-based, che rende questi attivi idonei alla certificazione vegan. In più, arrivando da piante ricche di sostanze funzionali, spesso portano con sé un piccolo corredo di co-attivi dal profilo antiossidante e lenitivo. Un due in uno che piace, soprattutto a chi ha la pelle sensibile.

Come si legge in etichetta

Veniamo alla parte più utile, quella che fa la differenza davanti allo scaffale. La prima cosa da sapere è che la sigla PDRN è un termine di marketing e non comparirà quasi mai nella lista ingredienti ufficiale, l’INCI. Il PDRN di origine ittica, infatti, si legge in etichetta come “Sodium DNA“, a volte nelle varianti “Hydrolyzed Sodium DNA” o “Sodium DNA/RNA“. Il punto delicato è che il nome INCI non rivela da solo la provenienza. La versione vegetale, invece, tende a comparire con diciture legate alla sua fonte specifica, per esempio formule costruite su estratti vegetali dal cui materiale si ottengono i polinucleotidi, oppure ingredienti da fermentazione come i filtrati di fermento. Per andare sul sicuro, quindi, la regola è doppia: se trovate Sodium DNA state con ogni probabilità guardando un PDRN di salmone; se il brand punta sul vegetale, lo dichiara apertamente in confezione con le parole vegan PDRN o phyto PDRN. Nel dubbio, la fonte più affidabile resta la scheda del prodotto.

Caratteristiche, differenze e aspettative

Qui serve onestà, perché il marketing corre sempre più veloce della scienza. Il PDRN di salmone ha alle spalle anni di studi e un lungo utilizzo, anche in ambito iniettivo. Le versioni vegetali, pur promettenti, hanno una letteratura ancora in costruzione: gli studi disponibili sono per lo più di laboratorio o preliminari, e mancano ampie sperimentazioni cliniche sull’applicazione topica. Spesso, inoltre, i frammenti di origine vegetale sono più piccoli, un aspetto il cui peso reale sulla pelle è tutto da chiarire. La traduzione pratica è semplice. Chi cerca l’attivo con la storia clinica più solida troverà nel PDRN di salmone la scelta più documentata. Chi privilegia una formula vegetale e cruelty-free può orientarsi sul phyto PDRN, tenendo però aspettative realistiche e dando valore anche agli altri ingredienti della formula. In entrambi i casi, come sempre in skincare, un singolo attivo non fa miracoli: conta la routine nel suo insieme, e la costanza con cui la si segue.

Il DNA del salmone nella tua skincare: cos’è il PDRN?