Immaginate due ragazzi, uno di fronte all’altro, circondati da un capannello di coetanei che riprendono col telefono. A turno fanno un passo, una posa, uno sguardo di ghiaccio, un ingresso da film. Il pubblico, intanto, assegna punteggi a voce alta, cifre da videogioco: più diecimila aura a lui, meno cinquecento a lei che si è messa a ridere. Benvenuti nell’aura battle, l’ultimo fenomeno a invadere TikTok e, pare, anche i cortili delle scuole. Sembra una sciocchezza, e in buona parte lo è, ma dietro c’è un’idea che racconta parecchio di come la nostra generazione misura sé stessa. A patto di capire dove finisce il gioco e dove comincia il serio, ammesso che un confine esista.

@thetimes What is “aura farming” and why are Latino teenagers battling for it?⁠ ⁠ For some it is the height of cool. For others it is the pinnacle of cringe. For many more, it is just baffling. “Aura farming” is a niche craze that has burst from the corners of online gaming and social media onto the streets of Latin America.⁠ ⁠ The idea is to strike a pose. And not just any pose, but one which captures the idea of a personal “aura”. Cool, composed, cocky and — ideally — effortless.⁠ ⁠ Victor Gabriel Tourinho Camargo, a Brazilian content creator known online as “Uvitinho”, takes credit for organising what was perhaps the first aura-farming competition in the world, held last month in Sao Paulo⁠ #aura #aurafarm #latinos #latinamerica #worldnews ♬ original sound – The Times and Sunday Times

Prima di tutto, cos’è l’aura

Per capire l’aura battle bisogna partire da un passo indietro, cioè dall’aura farming. “Aura”, in gergo, è quella qualità impalpabile che rende qualcuno magnetico senza che si capisca bene perché: presenza, sangue freddo, un certo mistero. “Farming” arriva dai videogiochi, dove indica il ripetere un’azione per accumulare risorse. Messe insieme, le due parole descrivono l’arte di coltivare il proprio carisma a tavolino, come si coltiva una sorta di carisma: lo sguardo imperturbabile, l’ambientazione giusta, il gesto al momento perfetto. Da qui nascono i famosi punti aura, la valuta immaginaria con cui si misura tutto. Si guadagna aura con la compostezza, con un’uscita di scena senza spiegazioni, con il complimento fatto senza aspettarsi nulla in cambio. La si perde, e qui scatta la comicità, vantandosi, spiegando la propria battuta, controllando se qualcuno ha notato quanto si è stati fighi. In pratica, più mostri di volere l’approvazione, più aura ti crolla.

Da dove arriva, e come è esplosa

L’idea gira nelle community di videogiochi almeno dal 2021, poi nel 2024 sbarca su TikTok nel formato “+100 aura“, applicato a scene di anime e film in cui un personaggio entra in campo spaccando tutto con un solo sguardo. Il salto nel grande pubblico è però recentissimo, roba del 2026. Il volto simbolo lo conoscete anche se non sapete come si chiama: Rayyan Arkan Dikha, il bambino indonesiano che, in piedi sulla prua di una lunga barca da regata, balla imperturbabile mentre tutto intorno si agita. Calma assoluta, zero sforzo apparente, aura alle stelle. Il manifesto vivente del fenomeno.
L’aura battle è l’evoluzione competitiva di questa storia, ed è nata l’estate scorsa. Funziona come una sfida di ballo o di rap, solo che invece di passi o rime si gareggia a colpi di presenza scenica. Le prime battaglie documentate partono da agosto 2026, rimbalzano da un account all’altro e, a quanto si legge, escono presto dallo schermo per diventare gare dal vivo, al punto che in certi posti le avrebbero già vietate. Come sempre in questi casi, è impossibile dire quanto ci sia di autentico e quanto di messo in scena per il video.

Vero o inventato? La risposta è: sì

Ed eccoci al cuore della questione, quello che rende l’aura battle più interessante della media dei trend usa e getta. La domanda “ma ci credono davvero?” non ha una risposta netta, perché il fenomeno vive esattamente in quella ambiguità. I contenuti sull’aura sono, allo stesso tempo, un consiglio serio e la parodia di quel consiglio. Metà sincerità e metà presa in giro della sincerità. L’ironia funziona da pellicola protettiva: scherzandoci sopra, si può anche crederci un pochino, senza il rischio di sembrare patetici. C’è poi un cortocircuito niente male. Siccome l’aura vera consiste nel non cercare attenzione, chi spiega come si coltiva l’aura la sta automaticamente perdendo. La mossa più abile, paradossalmente, è conoscere il concetto e non nominarlo mai. Da quando anche questa consapevolezza è diventata un meme, il gioco si è avvitato su sé stesso in un loop senza uscita, metà filosofia spicciola e metà barzelletta su internet.

Cosa dice di noi questa storia dei punti

Sotto la superficie demenziale, l’aura farming mette in scena qualcosa di molto serio, e cioè l’abitudine a trattare la reputazione come una risorsa da accumulare, un punteggio da far salire. Non è un’idea nuova: il sociologo Erving Goffman, mezzo secolo fa, già descriveva la vita sociale come un palcoscenico su cui recitiamo una parte. La novità è che oggi quella recita ha un tabellone, con il più e il meno, come una partita. E qui si annida il paradosso più gustoso: l’aura dovrebbe nascere dall’indifferenza al giudizio altrui, eppure viene assegnata proprio dagli altri. L’unico modo per vincere è fingere benissimo che non ti importi di vincere. Il rovescio, meno divertente, è che un sistema del genere premia chi parte già avvantaggiato, cioè chi è naturalmente sicuro e rilassato, e trasforma persino la calma in una performance da esibire. Non a caso i brand che hanno provato a cavalcare l’aura hanno quasi sempre fatto una figuraccia: l’autenticità è la moneta del gioco, e un’azienda che insegue un trend è la cosa meno autentica che esista. In fondo, forse, l’aura battle è solo l’ennesimo modo che abbiamo trovato per prenderci in giro e misurarci allo stesso tempo. Il che, a pensarci, un po’ di aura ce la fa pure guadagnare.

Photocredit Cover un estratto dal video TikTok del Sunday Times

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