Ci sono fotografi che immortalano immagini e altri che, quelle immagini, le abitano anche. È questo il caso di Cristian Chironi, davanti alle cui opere non si riesce a capire dove esattamente finisca la vita e inizi l’immagine. È come se la fotografia, per lui, non sia mai un semplice strumento, ma un luogo abitato: un’architettura emotiva dove il corpo, il gesto e la memoria trovano una forma condivisa. Ed è proprio a questo straordinario artista multidisciplinare, che adotta diversi linguaggi nella realizzazione dei propri progetti facendoli dialogare insieme, che la Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino dedica Cristian Chironi. Abitare l’immagine, una mostra che indaga il rapporto privilegiato tra fotografia e performance nel lavoro dell’artista.

Cristian Chironi. Abitare l’immagine

Curata da Giangavino Pazzola, dal 23 ottobre 2025 all’1 febbraio 2026, l’esposizione raccoglie una selezione di opere fotografiche, lavori installativi e video, alcuni totalmente inediti, che ripercorrono la sua ricerca dagli anni Novanta a oggi. Ne emerge un racconto coerente e stratificato, costruito intorno a quattro elementi fondamentali – autoritratto, messa in scena, costruzione del personaggio e ambientazione – attraverso cui, Cristian Chironi, indaga il valore costruttivo ed espressivo delle immagini. Il suo lavoro si muove al confine fra realtà e finzione, intimità e rappresentazione, rivelando una tensione costante verso la ridefinizione dell’identità personale e collettiva.

Gli inizi: la fotografia come finzione dell’identità

Già nei lavori a cavallo degli anni Duemila, come Lina (2004) e Offside (2007), la fotografia si afferma per Chironi non come semplice dispositivo di documentazione del corpo in azione, ma come terreno di sperimentazione narrativa. In questi progetti, l’artista utilizza l’immagine fotografica per esplorare la complessità delle relazioni personali e del sé, creando un immaginario di finzione che scardina la percezione della realtà e ne rivela le crepe.

Cristian Chironi. Abitare l’immagine: la sparizione del corpo

Questa tensione si fa ancora più evidente in opere come DK (2009) e Cutter (2010). Nel primo progetto, Chironi tenta di rubare l’aura delle sculture di Antonio Canova sottraendole alle pagine dei libri e alle collezioni museali. Nel secondo, taglia letteralmente porzioni di immagini, incidendo fisicamente la superficie del sapere. È un gesto di appropriazione e di cancellazione insieme: un modo per interrogare la sacralità dell’immagine e la sua funzione nel produrre memoria. Qui, la progressiva scomparsa del corpo dell’artista dalla rappresentazione apre a un nuovo modo di abitare, appunto, l’immagine, non più come figura centrale, ma come presenza diffusa e riflessiva che si confonde con il mondo.

Gli anni più recenti

Negli anni più recenti, la ricerca di Cristian Chironi trova un nuovo equilibrio tra corpo, architettura e quotidianità. Il progetto My house is a Le Corbusier rappresenta una sorta di summa del suo linguaggio, dove fotografia, collage, scultura, video e installazione convivono in un sistema fluido di corrispondenze. La teatralità delle prime messe in scena lascia progressivamente spazio a una dimensione più aperta, dove il gesto si fa quotidiano e universale, privo di messaggi univoci ma ricco di rimandi. Emblematica, in questo senso, è la serie dei Drive con la celebre Fiat 127 Camaleonte, simbolo mobile di un’arte che attraversa luoghi, culture e linguaggi per costruire un modo nuovo, e sempre in trasformazione, di abitare il mondo attraverso l’immagine.