Un “reperto di archeologia giuridica”, questo è l’ergastolo bianco. A raccontarlo è Agostino, ex poliziotto con il vizio del gioco, detenuto nonostante abbia finito di scontare per intero la sua pena. Si chiamano internati: sono i reclusi che, dopo aver scontato il proprio debito con la giustizia, non vengono liberati perché considerati pericolosi oppure perché nullatenenti. Dovrebbero lavorare, ma per la maggior parte del tempo oziano in cella a fianco di detenuti spesso tossicodipendenti.

La nuova produzione della Compagnia Facchetti/De Pascalis porta in scena, al Teatro Spazio Tertulliano di Milano fino 20 marzo, La confessione di Agostino, un racconto biografico che permette di affrontare il tema delicato e poco conosciuto dell’ergastolo bianco, dove Claudio Orlandini presta voce e corpo ad un uomo che ripercorre con lucida sincerità gli errori della propria vita partendo da un’adolescenza volata sulle gradinate di un ippodromo fino alle rapine per potersi permettere una notte al casinò.

«Ignoravo del carcere bianco – racconta il regista Gianfelice Facchetti – sono rimasto colpito da una lettera pubblicata su un quotidiano ormai più di sette anni fa. L’uomo che la scrisse, un ex poliziotto di 56 anni coinvolto in debiti di gioco e responsabile di furti, metteva a confronto la sua esistenza attuale, nel limbo del carcere bianco, con quella di sé bambino, quando, negli anni Sessanta suo papà lo portava allo stadio a vedere la grande Inter…» Di quella squadra di campioni rimasta nella storia del calcio, il padre del regista ne era il capitano.

JM