Tra le figure che incarnano al meglio la Francia dell’Ancien Régime e che hanno lasciato un segnale importante, Madame de Sévigné occupa un posto davvero particolare. Non possiamo non pensare al suo gusto per la scrittura, che la portò a mantenere una corrispondenza sia nutrita che continua, con sua figlia Françoise, ma anche con un’importante rete di corrispondenti in un regno allora al suo apice. Evocare Madame de Sévigné significa ridare vita a una donna il cui spirito e bellezza sono stati  celebrati dai suoi contemporanei e dalle personalità che hanno fatto il Grand Siècle francese.

Parlare di questa esuberante marchesa significa anche perpetuare il ricordo di una donna di cuore e impegno, coinvolta in un ruolo materno poco comune per il suo tempo, mossa da una solida cultura artistica e letteraria. La sua  corrispondenza, parzialmente pubblicata postuma su iniziativa della nipote Pauline de Simiane, la fece entrare in un pantheon di grandi autori fino ad allora essenzialmente maschile.

Raffinata scrittrice, contribuì in prima persona, proprio con le sue missive, a formare quello che è oggi il francese moderno.

Marie de Rabutin-Chantal nacque a Parigi da un’antica famiglia borgognona: suo padre fu ucciso nel giugno 1627 nell’isola di Ré durante la guerra contro gli inglesi. La moglie gli sopravvisse di poco e  Marie, rimasta orfana nel 1633, fu affidata ai nonni materni, poi lo zio, Christophe de Coulanges, abate di Livry, divenne suo tutore e le procurò una buona educazione.

Marie sposò Henri, marchese de Sévigné, un nobile bretone benestante , e risiedette con lui nel castello “Les Rochers”, luogo che ora deve a lei la sua rinomanza. Ebbe una figlia, Françoise Marguerite,  e un figlio, Charles.

Rimase vedova a 26 anni, ma  non si risposò più; a novembre si stabilì a Parigi, frequentò i salotti dell’aristocrazia. Dopo il matrimonio della figlia, intrattenne una spiritosa corrispondenza con l’amico cugino Roger de Bussy-Rabutin, con il quale però finì per litigare.

La seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII segnarono un rovesciamento dell’identità nobiliare francese.

Privati di una serie di privilegi politici e sociali e avendo subito una forte crisi finanziaria, la nobiltà cercò una forma di rivalsa nel far valere la superiorità del suo lignaggio, salvaguardando insieme la propria identità di fronte alla corte per sfuggire alle mire assolutistiche di Richelieu e di Mazzarino. Il privilegio delle “buone maniere” fu un valore per quell’aristocrazia in crisi d’identità: far mostra di spirito, di naturalezza – come di nonchalance – e la ricerca dello svago, costituì per essa l’acquisizione di una certa forma di libertà.