Siamo tutti figli di Toy Story e siamo arrivati al 5! Il primo film uscì nelle sale americane il 22 novembre 1995, in Italia nel marzo 1996. Andy aveva sette anni. Erano tempi in cui il giocattolo era ancora la nostra unità di misura del mondo, e l’idea che a Pixar fossero riusciti a far parlare un cowboy di plastica con la voce di Tom Hanks ci sembrava una rivoluzione che si poteva celebrare seriamente, senza ironia.
Trentun anni dopo, esattamente oggi, giovedì 18 giugno 2026, un giorno prima dell’uscita americana del 19 giugno Toy Story 5 arriva nelle sale italiane. È il quinto capitolo della saga, è il primo realizzato senza il coinvolgimento di John Lasseter (co-creatore originale, lasciò Pixar a fine 2018), è il primo della saga principale ad avere il rating PG dell’MPAA (ovvero il Parental Guidance Suggested) che indica che alcuni contenuti del film potrebbero non essere adatti ai bambini e si consiglia la supervisione di un genitore. Il nuovo film contiene anche una canzone scritta e cantata da Taylor Swift, prodotta insieme a Jack Antonoff, intitolata I Knew It, I Knew You, uscita il 5 giugno 2026. Sono molti elementi. Presi insieme, configurano un film che è anche e soprattutto un’operazione strategica precisa: una saga d’animazione costruita per parlare contemporaneamente alle bambine del 1995 (oggi madri), alle figlie del 2020 (oggi spettatrici), e alle nonne che riconducono entrambe al cinema. Una struttura editoriale-pubblicitaria che merita di essere capita.
La cosa che cambia tutto
Se i primi quattro Toy Story potevano essere riassunti in una formula Woody e Buzz, ovvero un cowboy di plastica e un astronauta di plastica, attraversano vicissitudini di crescita, separazione e fratellanza Toy Story 5 cambia l’equazione. Per la prima volta nella saga, la protagonista non è Woody e non è Buzz. È Jessie, la cowgirl introdotta in Toy Story 2 (1999) e doppiata in originale da Joan Cusack. Pixar ha deciso, in una mossa che vale la pena notare per ragioni che non sono soltanto cinematografiche, di affidare il quinto capitolo della saga più redditizia della propria storia a un personaggio femminile. La critica italiana ha colto immediatamente l’importanza del passaggio: “A differenza dei capitoli precedenti dominati dal duo Woody-Buzz, le redini della storia passano a Jessie la cowgirl, che affronta una vera e propria crisi di mezza età legata al suo rapporto con la bambina Bonnie“.
Crisi di mezza età. Non scriveremmo quelle quattro parole leggermente. Sono il modo più preciso per descrivere cosa significhi che il pubblico di riferimento del film non sono più i bambini ma le loro madri. Jessie ha già vissuto un trauma di abbandono, quello di Emily, la sua prima bambina, raccontato in Toy Story 2 con una scena che resta una dei momenti più strazianti dell’animazione contemporanea dopo la morte della madre di Bambi, e si trova ora ad affrontarne uno nuovo: Bonnie sta crescendo, ha otto anni, ha smesso di prediligere i giocattoli e si sta innamorando di Lilypad, il nuovo arrivato. È il momento della vita in cui i bambini iniziano a fare la transizione dal gioco analogico al gioco digitale, ed è anche il momento della vita in cui i giocattoli, per come la saga li ha sempre raccontati, smettono di essere indispensabili. È, in sostanza, lo stesso momento che molte di noi stanno vivendo nelle proprie case in questo preciso 18 giugno 2026, mentre i nostri figli di otto, nove, dieci anni ci chiedono il primo smartphone, il primo profilo sui social, il primo videogioco a tempo illimitato. La saga sta raccontando, con il consueto candore Pixar, l’angoscia di una generazione di madri.
Toy Story 5: Tutto quello che c’è da sapere
→ Uscita qui in Italia: 18 giugno 2026 (un giorno prima degli USA)
→ Regia: Andrew Stanton; co-regia Kenna Harris
→ Sceneggiatura: Andrew Stanton e Kenna Harris, da una storia di Andrew Stanton
→ Produzione: Lindsey Collins
→ Colonna sonora: Randy Newman (5° volta per la saga)
→ Canzone originale: “I Knew It, I Knew You” di Taylor Swift e Jack Antonoff (uscita il 5 giugno 2026)
→ Cast originale: Tom Hanks (Woody), Tim Allen (Buzz), Joan Cusack (Jessie), Tony Hale (Forky), Greta Lee (Lilypad), Conan O’Brien (Smarty Pants), Keanu Reeves (Duke Caboom), Bad Bunny (Pizza cu ‘e llente), Alan Cumming (Bullseye)
→ Premiere mondiale: Los Angeles, 9 giugno 2026
→ Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Lilypad, il villain perfetto per il 2026
Vale la pena soffermarsi sul villain. Le prime quattro storie di Toy Story avevano avuto antagonisti riconoscibili e umani, il vicino malvagio Sid in Toy Story 1, il collezionista Al di Toy Story 2, l’orsacchiotto fragola Lots-o’-Huggin’ in Toy Story 3, lo spaventoso Gabby Gabby in Toy Story 4. Erano tutti, in qualche modo, giocattoli o persone con intenzioni cattive. Toy Story 5 sceglie qualcosa di più sottile e di più adulto: il villain è un tablet. Si chiama Lilypad, ha la forma di una rana, è dotato di intelligenza artificiale, ed è stato regalato a Bonnie dai suoi genitori preoccupati per il suo isolamento sociale perché possa fare amicizia con i compagni di classe attraverso un’app. È doppiato in originale da Greta Lee (l’attrice di Past Lives di Celine Song, che ha già una storia con i ruoli che mettono in discussione il modo in cui ci leghiamo agli altri). Nel doppiaggio italiano, Lilypad ha la voce di Katia Follesa.
Pixar è stato il punto sottolineato in conferenza stampa, e ripreso da molti critici italiani, non ha voluto fare di Lilypad un villain caricaturale. È stato spiegato dal team che il film non demonizza la tecnologia, ma cerca un equilibrio: “la tecnologia fa parte del mondo in cui viviamo, e la risposta non è rifiutarla ma imparare a conviverci senza lasciarle prendere il sopravvento“. È una posizione misurata, quasi prudente, che dice molto di che cosa l’industria culturale dei nostri figli ha deciso di pensare nel 2026: la guerra contro lo schermo è stata data per persa, l’unico fronte rimasto è la negoziazione sui tempi e sui modi. Lilypad non è il diavolo. È un fatto di vita con cui bisognerà patteggiare.
«La guerra contro lo schermo è stata data per persa. L’unico fronte rimasto è la negoziazione sui tempi e sui modi. Lilypad non è il diavolo: è un fatto di vita con cui bisognerà patteggiare.»
È, per inciso, una posizione molto diversa da quella che la stessa Pixar aveva tenuto in passato. WALL-E, lo ricorderete, era un film del 2008 in cui gli umani del futuro vivevano sospesi su poltrone galleggianti incollati a schermi che servivano loro tutto, dall’intrattenimento al cibo. Era una critica frontale alla società dello schermo, scritta da Stanton stesso (lo stesso regista di Toy Story 5, peraltro). Diciotto anni dopo, in Toy Story 5, lo stesso autore sembra accettare una sconfitta che a sé stesso, nel 2008, non avrebbe permesso. È un’evoluzione che racconta meglio di mille studi sull’attenzione dei bambini dove siamo arrivati.
L’ombra grande di chi non c’è più
Una cosa va detta, ed è la più imbarazzante della saga: Toy Story 5 è il primo capitolo principale della saga realizzato senza alcun coinvolgimento di John Lasseter, il co-creatore di Toy Story. Lasseter è stato per decenni l’anima creativa di Pixar, regista del primo Toy Story del 1995, primo film d’animazione interamente generato al computer della storia del cinema, ma nel 2017 fu allontanato dalla società dopo accuse di molestie sessuali, e nel 2018 lasciò ufficialmente Pixar. Da allora, dirige Skydance Animation. Il fatto che Toy Story 5 esca senza il suo nome nei titoli di testa è una notizia importante. Non perché Lasseter dovrebbe esserci (infatti non dovrebbe), ma perché il film racconta implicitamente anche questo: che una saga può sopravvivere alla rimozione del suo fondatore, e che le storie collettive sono sempre più grandi dei singoli individui che le hanno cominciate. È un dettaglio metanarrativo che Pixar non ha pubblicizzato in conferenza stampa, ma che vale la pena ricordare oggi.
Taylor Swift e il successo del film
Veniamo all’altro elemento culturalmente rilevante del film: la canzone. Il 1° giugno 2026, proprio cinque giorni prima della pubblicazione del brano, è stato annunciato ufficialmente che Taylor Swift aveva composto un inedito per Toy Story 5, intitolato I Knew It, I Knew You, prodotto insieme al suo collaboratore storico Jack Antonoff. La canzone è stata rilasciata il 5 giugno 2026 ed è legata al percorso emotivo di Jessie. La presenza di Swift non è una semplice operazione di marketing: come ha notato da Gamesurf, “sembra configurarsi come un contributo strettamente legato al nucleo emotivo della storia“.
Va anche detto, però, che la scelta di Taylor Swift dice esattamente a chi questo film si sta rivolgendo. Non ai bambini di otto anni. Alle madri di trentacinque-quarant’anni che hanno vissuto la propria adolescenza con Swift (l’artista debuttò nel 2006, quando l’odierna trentaquattrenne aveva quattordici anni), e che adesso accompagnano le proprie figlie alla scoperta della stessa cantante. Pixar ha individuato una verità di mercato semplice e potente: il pubblico di Toy Story 5 non è una sola generazione, sono tre. Le bambine. Le madri. Le nonne. Ognuna porta a casa qualcosa di diverso. Le bambine portano Lilypad, l’animazione, le risate. Le madri portano Jessie, la paura dell’abbandono, le lacrime. Le nonne portano il loro Toy Story originale del 1995, quando i loro figli avevano l’età che le loro nipoti hanno oggi. È un meccanismo di transgenerazionalità deliberato, e funziona così bene perché è onesto: nessuno fa finta che il cinema di animazione sia “soltanto per bambini”. Lo è raramente, in realtà.
Come è andata la critica
Le prime reazioni internazionali sono state più che positive. Rotten Tomatoes registra al momento dell’uscita un 93% di recensioni positive su 112 critici, con una media di 7,6 su 10. Il consensus del sito recita: “Toy Story 5 dimostra che i vecchi giocattoli possono imparare nuovi trucchi, fa i conti con un’epoca di schermi senza fine, e riafferma che i bambini di tutto il mondo hanno ancora un amico in questi personaggi“. La critica statunitense ha apprezzato in particolare il personaggio di Jessie. Meredith Loftus di Collider ha scritto che il film “esplora la divisione tra tecnologia e giocattoli attraverso Jessie, risultando in una storia profondamente toccante che mi ha ridotto in una pozza di lacrime. Lo metto allo stesso livello di Toy Story 2 e 3“. È un complimento pesante. Toy Story 2 e 3 sono considerati i due capitoli migliori della saga, ed entrambi sono nelle classifiche dei migliori film d’animazione mai realizzati.
Non tutta la critica è entusiasta. Wikipedia riporta che “il film ha diviso le opinioni su se Toy Story 5 giustifichi la propria esistenza, con alcuni critici che hanno sostenuto che il franchise ‘sembra esausto‘”. È la valutazione meno generosa, ed è una valutazione anche legittima: la saga è arrivata al quinto capitolo, in trentun anni; ha già detto molte delle cose che voleva dire; il rischio di ripetersi è oggettivo. Pixar lo ha gestito spostando il focus dal duo Woody-Buzz al personaggio di Jessie, ed è una scelta che secondo la maggioranza della critica ha pagato. Ma il dibattito esiste, e merita di essere segnalato. Non tutto quello che torna deve necessariamente tornare. Alcune saghe muoiono meglio.
Cosa portiamo a casa, da oggi in poi. Tre cose ancora su questo film:
La prima: vedere Toy Story 5 al cinema è un’esperienza generazionale. Non perché il film sia un capolavoro filosofico (probabilmente non lo è). Perché vederlo significa fare i conti con la propria età, con il tempo che è passato, con il fatto che il primo Toy Story è stato venti, ventidue, venticinque, ventotto anni fa a seconda di quando l’abbiamo visto noi e che da allora siamo diventate adulte, alcune di noi madri, alcune zie, alcune semplicemente donne di trent’anni che hanno conservato il proprio Buzz Lightyear in un cassetto. L’esperienza emotiva non sta nel film: sta nel rivedere quei personaggi, nel sentire che la musica è ancora la stessa di Randy Newman, nell’accorgerci che la voce di Tom Hanks è invecchiata come la nostra. È, in fondo, un’occasione rara di empatia con la propria età.
La seconda: il film riguarda direttamente le madri. Più ancora che i bambini. Bonnie ha otto anni, ed è l’età in cui nel mondo reale, e nel film il rapporto con il giocattolo finisce e quello con lo schermo comincia. Ogni mamma con figli in quella fascia troverà nel film un’esperienza condivisa che vale la pena fare insieme alla propria figlia, alla propria nipote, alla propria figlioccia. È una di quelle occasioni che il cinema offre sempre più raramente: una conversazione comune, in sala, su qualcosa che ci riguarda tutte da angoli diversi.
La terza, e forse la più importante: uscire dalla sala con un po’ di malinconia non è un sentimento di debolezza. È esattamente quello che il film sta provando a produrre, da Pixar a Randy Newman fino a Taylor Swift. Era stato così con Toy Story 3 (Andy che lascia i suoi giocattoli a Bonnie). Era stato così con Toy Story 4 (Woody che lascia Bonnie per Bo Peep). Sembra che sarà così anche con Toy Story 5 (Jessie che fa i conti con il fatto che anche Bonnie le sta sfuggendo, esattamente come a noi sfugge quella parte di noi che era piccola).